Questa lettera sulla recente vicenda occorsa ai tre volontary di Emergency è stata pubblicata il 26 aprile 2010 sul Messaggero Veneto.
Come medico e chirurgo resto sconcertato dalle recenti polemiche comparse sui media a proposito di quanto accaduto ultimamente ai 3 volontari di Emergency in Afganistan e, come cittadino, sono profondamente deluso per lo scarso impegno speso dal governo italiano per difendere i nostri connazionali. Si è detto che i tre volontari arrestati fossero fiancheggiatori di terroristi e frasi tipo “Speriamo che non sia vero” pronunciate da esponenti del governo hanno contribuito a dare credito a queste assurde accuse. Emergency è un’organizzazione umanitaria che rappresenta un fiore all’occhiello per il nostro paese e va difesa a spada tratta. Chi fa il volontario in un ospedale e, per di più, in territorio di guerra, ha fatto una scelta di vita che forse risulta incomprensibile a chi ha come valori di riferimento solo soldi e carriera. Meno male che c’è ancora gente che, incurante dei sacrifici e rischi personali ai quali può essere esposta, basa il proprio progetto di vita su pace, solidarietà e aiuto a tutti coloro che si trovano a vivere, non certo per loro scelta, in zone tormentate da una guerra che pare non finire mai. Gli effetti di questa follia, perché solo così può essere considerata la guerra, determinano un’infinità di lutti, di mutilazioni e di sofferenze fisiche e psichiche che colpiscono la popolazione civile e, in particolare, i bambini. Se essere schierati politicamente vuol dire trovarsi dalla parte della popolazione inerme, dei più deboli, malati, feriti, allora ben venga l’esserlo. Emergency, come qualsiasi organizzazione sanitaria degna di questo nome, soccorre tutti quelli che ne hanno bisogno senza chiedere se sono dalla parte dei buoni o dei cattivi. Emergency è un’organizzazione umanitaria, nei suoi ospedali cura i feriti delle guerre, sempre comunque ingiuste, evidenzia le cause delle violazioni dei diritti umani e le denuncia al mondo intero mettendo, così, tutti di fronte alle loro responsabilità. Inevitabilmente Emergency rappresenta cioè un testimone assai scomodo, l’unico visto che in quella regione non vi sono giornalisti accreditati, per tutti coloro che tali violazioni vorrebbero nascondere. Questo è un valore aggiunto di onestà intellettuale e non una connotazione negativa come vorrebbero far credere i vari potenti, o prepotenti, che vedono le loro posizioni messe in discussione. Per questi motivi le coloriture politiche che qualcuno attribuisce all’organizzazione non fanno altro che dimostrare la stupidità di chi le sostiene. Sicuramente non fa onore a nessuno sapere che il 40% dei feriti curati nell’ospedale di Lashkar-Gah, ora chiuso, fossero bambini, e che le bombe così dette “intelligenti”, quando colpiscono, non lo sono poi così tanto. Non me li vedo proprio tre volontari che fiancheggiano i terroristi, come pure nutro seri dubbi sul fatto che ad introdurre armi, cinture esplosive e altro materiale pericoloso ritrovato in ospedale siano stati loro. L’Italia è impegnata a sostenere l’Afganistan con aiuti economici, consulenze di vario tipo e con la presenza di un nutrito contingente militare che, tra l’altro, spesso subisce attacchi mortali. Non mancano di certo gli strumenti per bloccare un’infamia come quella che è toccata ai tre italiani di Emergency, senza dimenticare i sei operatori afgani di cui pare pochi si interessino. Frattini, ministro degli Esteri, dichiara in Parlamento di essere insoddisfatto delle risposte fornite da Kabul. Il nostro primo ministro solo dopo quattro giorni scrive una lettera a Karzai, presidente afgano. Desta perplessità che il governo italiano, così attento al rispetto della “legalità” in Italia, sembri interessato a non sollevare eccezioni verso un paese in cui le garanzie minime di giusto processo e di diritto alla difesa, e quindi i diritti umani, non vengono minimamente tutelate. Certamente in fase di trattativa c’è la necessità di mantenere una riservatezza lontana dai clamori della stampa però un fallimento sarebbe imperdonabile e diventerebbe incompatibile con un paese che si considera civile e che ambisce ad “esportare democrazia”.
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martedì 20 aprile 2010
domenica 21 febbraio 2010
Sono solo buone azioni?
Questo articolo è stato inviato al Messaggero Veneto in risposta ad uno scritto comparso il 16 febbraio u.s.
Apro il Messaggero del 16 e nella pagina IV della cronaca di Udine, mi appare l’articolo dal titolo Gli “angeli” dell’Anffas accanto ai disabili… Chi sono gli “angeli” mi chiedo. I volontari, mi rispondo. Subito sono pervasa da un senso di grande sconforto e desolazione. Se fossi una di quei volontari giuro che mi offenderei. E’ possibile che nel 2010 ci sia ancora qualcuno che può considerare il fare volontariato solo come la buona azione compiuta da persone timorate e pie che vogliono così conquistarsi un posto in paradiso nei confronti di quei poveri sfigati (concedetemi il latinismo) dei disabili?
Quando io ero bambina e andavo a dottrina, diversi decenni fa si diceva così, ci insegnavano a compiere le buone azioni e se talvolta si sgarrava, potevamo porre rimedio a suon di penitenze e fioretti, per paura del castigo di Gesù che ci stava sempre a guardare. Ora siamo cresciuti noi, bimbi di allora, ma è “cresciuto” anche il valore, il senso personale e sociale del volontariato. Evidentemente però c’è ancora chi non se n’è accorto. Evidentemente chi ha scritto l’articolo non ha mai fatto esperienze di volontariato, per sua sfortuna, mi permetto di aggiungere. Altrimenti avrebbe capito che il volontariato è un modo di esserci, di trovare un senso e il valore della propria vita, di essere soggetti attivi e responsabili, di partecipare consapevolmente alla realizzazione della propria vita e al progresso della comunità in cui si vive, di crescere. Inoltre confrontarsi con persone diverse da noi per capacità motorie, intellettive, relazionali o per cultura, tradizione, religione, etc, arricchisce, permette di capire che nulla è scontato e nulla è assicurato per sempre per nessuno e ciò insegna a tutti, soprattutto ai giovani, ad avere rispetto di se stessi, delle qualità che hanno avuto in dono e a coltivarle con cura e amore, e degli altri, di tutti gli altri. Credo che se ci fossero più opportunità serie di volontariato, sostenute da un percorso di approfondimento e da un’adeguata formazione per i giovani già nelle scuole, molti di loro non andrebbero a cercare gli sballi del sabato sera o analoghe esperienze che spesso finiscono in tragedia e molti genitori dormirebbero sonni più tranquilli sicuri che i loro figli non vadano a cercare il senso della vita in esperienze estreme ed estremamente pericolose.
Mi si consenta un altro appunto a chi ha scritto questo articolo. L’ANFFAS è nata a Roma 52 anni fa e, allora, è stata denominata Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli Subnormali (A.N.F.F.A.S.), ma in tutto questo tempo, grazie anche al confronto con le persone con disabilità, è cresciuta ed è diventata ora un’associazione talmente aggiornata e in linea con i concetti più attuali in ambito di disabilità, da renderli parte integrante delle proprie linee programmatiche per il prossimo triennio e da assumere come codice etico la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità tradotta in legge dello Stato Italiano nel marzo dello scorso anno (L.18). Conseguentemente anche la denominazione dell’associazione è stata più volte aggiornata. Quella riportata nell’articolo in questione è antecedente al maggio del 1997. Associazione di Famiglie di Persone con disabilità intellettiva e/o relazionale è l’ultima, in vigore dal 2005, più brevemente ANFFAS Onlus. L’acronimo, che strada facendo ha perso i punti, si è trasformato in sigla. Le associazioni crescono, cambiano, si adeguano alle nuove leggi e ai più attuali approcci al tema di cui si occupano, si aggiornano. Sarebbe auspicabile che i giornalisti facessero altrettanto.
Elisa Barazzutti
Presidente Anffas Alto Friuli - Consigliere Anffas Nazionale
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Apro il Messaggero del 16 e nella pagina IV della cronaca di Udine, mi appare l’articolo dal titolo Gli “angeli” dell’Anffas accanto ai disabili… Chi sono gli “angeli” mi chiedo. I volontari, mi rispondo. Subito sono pervasa da un senso di grande sconforto e desolazione. Se fossi una di quei volontari giuro che mi offenderei. E’ possibile che nel 2010 ci sia ancora qualcuno che può considerare il fare volontariato solo come la buona azione compiuta da persone timorate e pie che vogliono così conquistarsi un posto in paradiso nei confronti di quei poveri sfigati (concedetemi il latinismo) dei disabili?
Quando io ero bambina e andavo a dottrina, diversi decenni fa si diceva così, ci insegnavano a compiere le buone azioni e se talvolta si sgarrava, potevamo porre rimedio a suon di penitenze e fioretti, per paura del castigo di Gesù che ci stava sempre a guardare. Ora siamo cresciuti noi, bimbi di allora, ma è “cresciuto” anche il valore, il senso personale e sociale del volontariato. Evidentemente però c’è ancora chi non se n’è accorto. Evidentemente chi ha scritto l’articolo non ha mai fatto esperienze di volontariato, per sua sfortuna, mi permetto di aggiungere. Altrimenti avrebbe capito che il volontariato è un modo di esserci, di trovare un senso e il valore della propria vita, di essere soggetti attivi e responsabili, di partecipare consapevolmente alla realizzazione della propria vita e al progresso della comunità in cui si vive, di crescere. Inoltre confrontarsi con persone diverse da noi per capacità motorie, intellettive, relazionali o per cultura, tradizione, religione, etc, arricchisce, permette di capire che nulla è scontato e nulla è assicurato per sempre per nessuno e ciò insegna a tutti, soprattutto ai giovani, ad avere rispetto di se stessi, delle qualità che hanno avuto in dono e a coltivarle con cura e amore, e degli altri, di tutti gli altri. Credo che se ci fossero più opportunità serie di volontariato, sostenute da un percorso di approfondimento e da un’adeguata formazione per i giovani già nelle scuole, molti di loro non andrebbero a cercare gli sballi del sabato sera o analoghe esperienze che spesso finiscono in tragedia e molti genitori dormirebbero sonni più tranquilli sicuri che i loro figli non vadano a cercare il senso della vita in esperienze estreme ed estremamente pericolose.
Mi si consenta un altro appunto a chi ha scritto questo articolo. L’ANFFAS è nata a Roma 52 anni fa e, allora, è stata denominata Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli Subnormali (A.N.F.F.A.S.), ma in tutto questo tempo, grazie anche al confronto con le persone con disabilità, è cresciuta ed è diventata ora un’associazione talmente aggiornata e in linea con i concetti più attuali in ambito di disabilità, da renderli parte integrante delle proprie linee programmatiche per il prossimo triennio e da assumere come codice etico la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità tradotta in legge dello Stato Italiano nel marzo dello scorso anno (L.18). Conseguentemente anche la denominazione dell’associazione è stata più volte aggiornata. Quella riportata nell’articolo in questione è antecedente al maggio del 1997. Associazione di Famiglie di Persone con disabilità intellettiva e/o relazionale è l’ultima, in vigore dal 2005, più brevemente ANFFAS Onlus. L’acronimo, che strada facendo ha perso i punti, si è trasformato in sigla. Le associazioni crescono, cambiano, si adeguano alle nuove leggi e ai più attuali approcci al tema di cui si occupano, si aggiornano. Sarebbe auspicabile che i giornalisti facessero altrettanto.
Elisa Barazzutti
Presidente Anffas Alto Friuli - Consigliere Anffas Nazionale
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venerdì 19 febbraio 2010
Una rete di solidarietà per il sostegno ai disabili
Questa lettera è stata pubblicata sul Messaggero Veneto il 19 febbraio 2010.
Da anni io e mia moglie riflettiamo, ragioniamo e ci confrontiamo con le istituzioni per far fronte ai problemi di nostro figlio, per aiutarlo a crescere e ridurre al minimo l’impatto della disabilità nella sua qualità di vita. Come padre e medico, vorrei soffermarmi a fare qualche considerazione. Sono fermamente convinto che non si possa progredire senza un salto culturale che sposti il fulcro del problema dalla disabilità alla Persona. La Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (P.c.d.) dell’ONU è legge in Italia (L18/09). L’OMS ha introdotto l’ICF, scala di valutazione della disabilità quale risultante dall’interazione tra la persona e il suo contesto di vita. Nella realtà quotidiana, però, spesso si combatte contro muri d’indifferenza, di presunzione e d’ignoranza. La disabilità intellettiva e relazionale è più difficile da considerare perché non sempre evidente come quella fisica e a volte non è facile valutare il grado di comprensione di chi non risponde nei tempi e modi ritenuti normali, o che non sa rappresentare i propri bisogni. Spesso si ha l’impressione che ci siano disparità di trattamenti tra le varie P.c.d. Ad esempio il regolamento del Fondo Gravissimi (Messaggero 14/2) esclude dai beneficiari le persone con disabilità gravissima dalla nascita. Per me, chirurgo in pensione, era facile stabilire la gravità. Nel campo della disabilità è più complesso. A parità di diagnosi due persone sviluppano gradi diversi di disabilità in base ai sostegni di cui possono usufruire e, se non ben sostenuti, si possono sovrapporre disturbi psichiatrici che abbassano la qualità della vita della persona e della sua famiglia e aumentano problemi e costi socio sanitari. Ora che le neuroscienze hanno dimostrato la plasticità del cervello a tutte le età è eticamente aberrante non intervenire in maniera adeguata. Nel regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile si utilizza una scala di valutazione che misura solo le capacità fisiche, quindi inadatta per chi ha una disabilità diversa che viene escluso dai benefici. Si tratta di discriminazione? Ci sono i CSRE (centri diurni) che non rispondono alle esigenze di tutti. E gli altri? Quanti sono? E per chi avrebbe bisogno di interventi più leggeri e meno costosi, quali sono le offerte? Magari necessitano solo di maggiori opportunità di socializzazione e di promozione all’autonomia sociale, lavorativa mirata ad una vera inclusione nella comunità in cui vivono. Cosa si fa per loro? A porsi il problema se ne esce avviliti. Ci si sente inascoltati, è una lotta continua. Di rado si percepisce nelle istituzioni la curiosità e l’interesse di cercare soluzioni che escano dai canoni e meglio rispondano alle reali esigenze delle persone, che si devono adeguare ai servizi. E questo alla faccia dei progetti individualizzati e di tutte le leggi che superano l’ottica risarcitoria e promuovono l’esigibilità dei diritti di ogni persona e la non discriminazione. Non mi risulta che ci sia una mappatura dei bisogni delle P.c.d. E senza dati certi su cosa può basarsi un’adeguata progettazione? Risulta difficile anche chiedere e, per esperienza, posso affermare che dopo anni di reiterate risposte negative è frustrante domandare ancora. Risulta più efficace organizzarsi autonomamente per promuovere la crescita e tutelare i diritti dei propri figli. Noi, per ovviare alle carenze istituzionali e offrire alternative a nostro figlio abbiamo sperimentato molto, ma chi non ha le competenze e i mezzi deve rivolgersi alle istituzioni e accontentarsi di ciò che offrono. Molte associazioni che tutelano i diritti delle P.c.d, spesso agiscono in modo privo di quella coesione e di unità d’intenti che permetterebbe di raggiungere migliori risultati. Bisognerebbe affermare i diritti di tutte le P.c.d, ognuna con i suoi specifici bisogni e il suo progetto di vita. Mi auguro che gli attori coinvolti in queste problematiche, in primis i politici, s’impegnino a far sì che si realizzi una rete di sostegno e solidarietà per tutti che non può prescindere dalla risorsa del volontariato. Questo consentirebbe a chiunque abbia qualche svantaggio, di vivere una vita qualitativamente migliore e più autonoma.
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Da anni io e mia moglie riflettiamo, ragioniamo e ci confrontiamo con le istituzioni per far fronte ai problemi di nostro figlio, per aiutarlo a crescere e ridurre al minimo l’impatto della disabilità nella sua qualità di vita. Come padre e medico, vorrei soffermarmi a fare qualche considerazione. Sono fermamente convinto che non si possa progredire senza un salto culturale che sposti il fulcro del problema dalla disabilità alla Persona. La Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (P.c.d.) dell’ONU è legge in Italia (L18/09). L’OMS ha introdotto l’ICF, scala di valutazione della disabilità quale risultante dall’interazione tra la persona e il suo contesto di vita. Nella realtà quotidiana, però, spesso si combatte contro muri d’indifferenza, di presunzione e d’ignoranza. La disabilità intellettiva e relazionale è più difficile da considerare perché non sempre evidente come quella fisica e a volte non è facile valutare il grado di comprensione di chi non risponde nei tempi e modi ritenuti normali, o che non sa rappresentare i propri bisogni. Spesso si ha l’impressione che ci siano disparità di trattamenti tra le varie P.c.d. Ad esempio il regolamento del Fondo Gravissimi (Messaggero 14/2) esclude dai beneficiari le persone con disabilità gravissima dalla nascita. Per me, chirurgo in pensione, era facile stabilire la gravità. Nel campo della disabilità è più complesso. A parità di diagnosi due persone sviluppano gradi diversi di disabilità in base ai sostegni di cui possono usufruire e, se non ben sostenuti, si possono sovrapporre disturbi psichiatrici che abbassano la qualità della vita della persona e della sua famiglia e aumentano problemi e costi socio sanitari. Ora che le neuroscienze hanno dimostrato la plasticità del cervello a tutte le età è eticamente aberrante non intervenire in maniera adeguata. Nel regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile si utilizza una scala di valutazione che misura solo le capacità fisiche, quindi inadatta per chi ha una disabilità diversa che viene escluso dai benefici. Si tratta di discriminazione? Ci sono i CSRE (centri diurni) che non rispondono alle esigenze di tutti. E gli altri? Quanti sono? E per chi avrebbe bisogno di interventi più leggeri e meno costosi, quali sono le offerte? Magari necessitano solo di maggiori opportunità di socializzazione e di promozione all’autonomia sociale, lavorativa mirata ad una vera inclusione nella comunità in cui vivono. Cosa si fa per loro? A porsi il problema se ne esce avviliti. Ci si sente inascoltati, è una lotta continua. Di rado si percepisce nelle istituzioni la curiosità e l’interesse di cercare soluzioni che escano dai canoni e meglio rispondano alle reali esigenze delle persone, che si devono adeguare ai servizi. E questo alla faccia dei progetti individualizzati e di tutte le leggi che superano l’ottica risarcitoria e promuovono l’esigibilità dei diritti di ogni persona e la non discriminazione. Non mi risulta che ci sia una mappatura dei bisogni delle P.c.d. E senza dati certi su cosa può basarsi un’adeguata progettazione? Risulta difficile anche chiedere e, per esperienza, posso affermare che dopo anni di reiterate risposte negative è frustrante domandare ancora. Risulta più efficace organizzarsi autonomamente per promuovere la crescita e tutelare i diritti dei propri figli. Noi, per ovviare alle carenze istituzionali e offrire alternative a nostro figlio abbiamo sperimentato molto, ma chi non ha le competenze e i mezzi deve rivolgersi alle istituzioni e accontentarsi di ciò che offrono. Molte associazioni che tutelano i diritti delle P.c.d, spesso agiscono in modo privo di quella coesione e di unità d’intenti che permetterebbe di raggiungere migliori risultati. Bisognerebbe affermare i diritti di tutte le P.c.d, ognuna con i suoi specifici bisogni e il suo progetto di vita. Mi auguro che gli attori coinvolti in queste problematiche, in primis i politici, s’impegnino a far sì che si realizzi una rete di sostegno e solidarietà per tutti che non può prescindere dalla risorsa del volontariato. Questo consentirebbe a chiunque abbia qualche svantaggio, di vivere una vita qualitativamente migliore e più autonoma.
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lunedì 14 dicembre 2009
La libertà di culto
Queste considerazioni sulla libertà di culto sono state pubblicate sulla rubrica "La posta dei lettori" del Messaggero Veneto del 15 dicembre 2009.
Il recente risultato del referendum svizzero sul blocco della costruzione dei minareti, le polemiche sul cimitero islamico a Udine e la sentenza di Strasburgo sul crocifisso sono tutte inaccettabili espressioni di violazioni della libertà di culto, diritto sancito dalla nostra Costituzione. Quando viene a mancare il rispetto dell’altro, chiunque esso sia, ateo o credente, cattolico o mussulmano, s’imbocca una deriva di pensiero che può portare verso rigurgiti xenofobi e razzisti. La paura e l’ignoranza finiscono per prevalere sulla tolleranza, sul rispetto e sull’interazione, intesa come reciprocità tra persone e culture senza predominanze, che determina la “crescita” di ognuno. Molto di più, quindi, dell’integrazione cioè adeguamento dell’immigrato alla cultura e al contesto che accoglie rinunciando in parte alla sua identità. L’arricchimento deriva dalla libera circolazione delle idee non dall’arroccarsi su posizioni di intransigenza e di preminenza. Ma com’è possibile che alcuni si arroghino il diritto di imporre ad altri, con prepotenza, le proprie idee? Non si può far altro che ribellarsi ad un simile modo di pensare e di agire e non si può che temere chi crede di avere solo certezze. Pericolosi coloro che ammettono un’unica ragione: la loro e non sono minimamente sfiorati dalla “virtù del dubbio”, titolo di un interessante libro di Zagrebelsky. A proposito della sentenza di Strasburgo, ritengo vessatorio il verdetto contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche ed uffici pubblici. Fa parte della nostra tradizione e, credenti o no, va rispettato per ciò che rappresenta. Sarebbe auspicabile che molti di quelli che lo difendono a spada tratta, oltre a parlare, facciano propri comportamenti come l’Accoglienza, più coerenti con quanto insegnato da Gesù Cristo, anche Lui migrante. Gli integralisti di qualunque religione sono sempre stati forieri di tragedie. Non considerano la religione al servizio di tutti, non promuovono l’interazione e, invece di abbattere i muri della diffidenza, li alzano sempre più. Quest’anno ricorre il ventennale della caduta del muro di Berlino, ma per un muro abbattuto quanti altri ne sono stati alzati, reali o virtuali. La storia è piena di ignobili misfatti perpetrati in nome di qualche dio. La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, il cui nome è nell’elenco delle persone condannate a morte dagli integralisti islamici, ha scritto, a proposito del referendum elvetico, “…Quel voto è un regalo ai fanatici che vivono di guerre di civiltà e che non aspettano altro che dire alla moltitudine mussulmana: avete visto, questo è il vero volto dell’Occidente crociato.” Khaled Fouad Allam, un mussulmano, docente universitario che è stato anche parlamentare italiano, ha scritto il libro “La solitudine dell’occidente”. L’autore, dalla sua posizione di osservatore privilegiato dei due mondi, sostiene che l’occidente deve fare i conti con le proprie identità multiple e imparare a comprendere le complessità anziché combatterle. Non più scontro, ma confronto, incontro delle diversità e crescita reciproca. Da noi non si trova di meglio che discutere sul cimitero islamico di Udine. Ma con quali argomentazioni razionali si può negare il diritto alla sepoltura a chi ha una religione diversa. La pietà per i defunti è universale, perché la morte, come diceva Totò è “A livella” e di fronte a lei siamo tutti uguali e poi non era forse Gesù Cristo a dire “Ama il tuo prossimo come te stesso”?. In questo clima così ostile non destano grande stupore le dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega che vorrebbero riproporre in Italia un referendum analogo a quello svizzero. Non si tratta di una variante al piano urbanistico ma di un rigurgito di xenofobia e razzismo. Costoro dimenticano, o forse non sanno, che, pochi decenni or sono, su alcuni locali pubblici della confederazione elvetica comparvero cartelli con la scritta “E’ vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.” Di contro però sono sempre stati ben accetti i capitali che molti italiani, anche al governo, facevano e fanno entrare illegalmente in quel paradiso fiscale. E’ proprio un bel esempio da seguire!
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Il recente risultato del referendum svizzero sul blocco della costruzione dei minareti, le polemiche sul cimitero islamico a Udine e la sentenza di Strasburgo sul crocifisso sono tutte inaccettabili espressioni di violazioni della libertà di culto, diritto sancito dalla nostra Costituzione. Quando viene a mancare il rispetto dell’altro, chiunque esso sia, ateo o credente, cattolico o mussulmano, s’imbocca una deriva di pensiero che può portare verso rigurgiti xenofobi e razzisti. La paura e l’ignoranza finiscono per prevalere sulla tolleranza, sul rispetto e sull’interazione, intesa come reciprocità tra persone e culture senza predominanze, che determina la “crescita” di ognuno. Molto di più, quindi, dell’integrazione cioè adeguamento dell’immigrato alla cultura e al contesto che accoglie rinunciando in parte alla sua identità. L’arricchimento deriva dalla libera circolazione delle idee non dall’arroccarsi su posizioni di intransigenza e di preminenza. Ma com’è possibile che alcuni si arroghino il diritto di imporre ad altri, con prepotenza, le proprie idee? Non si può far altro che ribellarsi ad un simile modo di pensare e di agire e non si può che temere chi crede di avere solo certezze. Pericolosi coloro che ammettono un’unica ragione: la loro e non sono minimamente sfiorati dalla “virtù del dubbio”, titolo di un interessante libro di Zagrebelsky. A proposito della sentenza di Strasburgo, ritengo vessatorio il verdetto contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche ed uffici pubblici. Fa parte della nostra tradizione e, credenti o no, va rispettato per ciò che rappresenta. Sarebbe auspicabile che molti di quelli che lo difendono a spada tratta, oltre a parlare, facciano propri comportamenti come l’Accoglienza, più coerenti con quanto insegnato da Gesù Cristo, anche Lui migrante. Gli integralisti di qualunque religione sono sempre stati forieri di tragedie. Non considerano la religione al servizio di tutti, non promuovono l’interazione e, invece di abbattere i muri della diffidenza, li alzano sempre più. Quest’anno ricorre il ventennale della caduta del muro di Berlino, ma per un muro abbattuto quanti altri ne sono stati alzati, reali o virtuali. La storia è piena di ignobili misfatti perpetrati in nome di qualche dio. La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, il cui nome è nell’elenco delle persone condannate a morte dagli integralisti islamici, ha scritto, a proposito del referendum elvetico, “…Quel voto è un regalo ai fanatici che vivono di guerre di civiltà e che non aspettano altro che dire alla moltitudine mussulmana: avete visto, questo è il vero volto dell’Occidente crociato.” Khaled Fouad Allam, un mussulmano, docente universitario che è stato anche parlamentare italiano, ha scritto il libro “La solitudine dell’occidente”. L’autore, dalla sua posizione di osservatore privilegiato dei due mondi, sostiene che l’occidente deve fare i conti con le proprie identità multiple e imparare a comprendere le complessità anziché combatterle. Non più scontro, ma confronto, incontro delle diversità e crescita reciproca. Da noi non si trova di meglio che discutere sul cimitero islamico di Udine. Ma con quali argomentazioni razionali si può negare il diritto alla sepoltura a chi ha una religione diversa. La pietà per i defunti è universale, perché la morte, come diceva Totò è “A livella” e di fronte a lei siamo tutti uguali e poi non era forse Gesù Cristo a dire “Ama il tuo prossimo come te stesso”?. In questo clima così ostile non destano grande stupore le dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega che vorrebbero riproporre in Italia un referendum analogo a quello svizzero. Non si tratta di una variante al piano urbanistico ma di un rigurgito di xenofobia e razzismo. Costoro dimenticano, o forse non sanno, che, pochi decenni or sono, su alcuni locali pubblici della confederazione elvetica comparvero cartelli con la scritta “E’ vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.” Di contro però sono sempre stati ben accetti i capitali che molti italiani, anche al governo, facevano e fanno entrare illegalmente in quel paradiso fiscale. E’ proprio un bel esempio da seguire!
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martedì 24 novembre 2009
Volontariamente
Questa lettera è stata spedita al Messaggero Veneto il 22 novembre 2009
Giovedì 12 novembre è stato pubblicato su questo giornale un articolo dal titolo
-Il progetto “VolontariaMente” coinvolge i giovani-. Sul testo erano riportati dati parziali e/o inesatti e a me pare che le informazioni debbano essere corrette e complete. Senz’altro chi l’ha scritto era in buona fede e ha considerato, magari con un po’ di superficialità, solo l’ultima parte del progetto, senza preoccuparsi di conoscerne la storia. Credo però che qualche precisazione sia doverosa anche perché VolontariaMente rappresenta un valido esempio di come le associazioni di volontariato possano evidenziare costruttivamente punti deboli del sistema, proporre possibili soluzioni, promuovere la costituzione di reti con le istituzioni che garantiscano poi la continuità dei progetti nel tempo. L’Anffas Alto Friuli è un’associazione che si prende cura e carico di famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, ma non solo, e nel consiglio direttivo, già da diversi anni, era chiaro quanto fosse importante rivolgersi ai giovani all’interno delle scuole per sensibilizzarli alla solidarietà e al volontariato. L’idea è stata esposta ad altre due realtà di volontariato, operanti entrambe nel campo della disabilità, Dinsi Une Man e Comunità di Rinascita, che vi hanno subito aderito.
Dalla collaborazione di queste tre associazioni, col parternariato della Carnia Special Team, grazie a un finanziamento del Centro Servizi Volontariato, è nato il primo VolontariaMente. E’ stata inoltre richiesta la partecipazione della ASS3 Alto Friuli, in particolare dei Servizi Sociali dei Comuni, che riconoscendo la validità formativa della proposta, ha subito reso disponibile un’educatrice dell’Unità funzionale socio-educativa. Riporto testualmente le motivazioni del primo progetto. “L’idea del corso e’ nata da una precedente esperienza fatta in una scuola superiore di Tolmezzo, che ha visto coinvolti alcuni studenti in funzione di tutor durante un corso d’informatica per giovani disabili. Alla fine del percorso tutti i ragazzi si sono dichiarati soddisfatti ed alcuni hanno proposto di proseguire l’esperienza. Con questo progetto pensiamo di dare risposte, stimoli e motivazioni ai giovani affinchè si avvicinino al mondo del volontariato, considerando quest’opportunità un’occasione di crescita, un modo per guardarsi attorno a 360° e scoprire che non esistono solo i loro problemi, per conoscere le loro emozioni e imparare a valorizzarsi reciprocamente, a relazionarsi con gli altri, a imparare a riconoscere i bisogni degli altri e a far emergere potenzialità spesso nascoste.”
Così, nell’anno scolastico 2004-05, VolontariaMente è stato presentato e svolto in tutti gli istituti superiori di Tolmezzo. Il progetto prevedeva tre fasi.
La prima di 4 incontri con le classi 3° e/o 4° per “promuovere tra gli studenti la cultura della solidarietà, la valorizzazione delle diversità, la riflessione sul valore del volontariato per la crescita personale di ogni ragazzo.”
La seconda riguardava una specifica formazione del volontariato ed era costituita da 7 incontri di 3 ore l’uno in cui, attraverso momenti teorici e pratico-esperienziali, si è analizzato e riflettuto su bisogni e motivazioni personali, comunicazione e relazione con l’altro, presa di coscienza delle proprie capacità e responsabilità.
Nella terza fase era previsto un convegno con persone che operano nel volontariato, in grado di portare testimonianze significative sulla loro esperienza, motivazioni e azione politica. VolontariaMente è stato apprezzato nelle scuole e riproposto l’anno dopo, nelle due prime fasi, dalle stesse associazioni , con rifinanziamento del CSV e collaborazione dei SSC, con qualche piccola modifica derivata dall’analisi dei punti di forza e delle criticità emersi durante la sua prima attuazione. Durante l’anno scolastico 2006-07, Anffas e DUM, hanno concorso a un bando regionale previsto dall’articolo 8 della L.R. 12 sul volontariato per avere il finanziamento necessario allo svolgimento, puntualmente avvenuto, della terza edizione del progetto.
E’ stato nell’anno successivo che le associazioni, non l’ASS3, che “hanno pensato, attivato e fortemente voluto” VolontariaMente hanno ceduto il passo. Vuoi perché, all’interno delle associazioni le esigenze, come le idee, sono sempre tante, ma le persone disponibili a tradurle in azioni sono poche e sempre le stesse, vuoi perché tra associazioni è spesso difficile coordinarsi, vuoi perché ormai era ampiamente dimostrata la validità del progetto e ci sembrava che l’ASS fosse interessata a darne continuità. E così è stato. Il resto l’abbiamo letto sull’articolo.
Mi si permetta ancora di proporre ai lettori qualche spunto di riflessione sull’azione di promozione culturale e sociale che possono svolgere le associazioni di volontariato e di quanto fruttuosa possa essere la collaborazione delle stesse con le istituzioni. La conoscenza dei bisogni, le esperienze, i saperi sono diversi, ma se ci si orienta verso uno scopo comune, il ben-essere di tutti, e si opera in sinergia si ottengono migliori risultati e si ottimizzano le sempre più scarse risorse. Qualche passo sull’ardua strada della co-progettazione sociale tra istituzioni e volontariato qui in Carnia si è fatto, ma gli incidenti di percorso sono sempre in agguato e la meta è ancora parecchio lontana. C’è lavoro per tutti.
Elisa Barazzutti presidente di Anffas Alto Friuli onlus
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Giovedì 12 novembre è stato pubblicato su questo giornale un articolo dal titolo
-Il progetto “VolontariaMente” coinvolge i giovani-. Sul testo erano riportati dati parziali e/o inesatti e a me pare che le informazioni debbano essere corrette e complete. Senz’altro chi l’ha scritto era in buona fede e ha considerato, magari con un po’ di superficialità, solo l’ultima parte del progetto, senza preoccuparsi di conoscerne la storia. Credo però che qualche precisazione sia doverosa anche perché VolontariaMente rappresenta un valido esempio di come le associazioni di volontariato possano evidenziare costruttivamente punti deboli del sistema, proporre possibili soluzioni, promuovere la costituzione di reti con le istituzioni che garantiscano poi la continuità dei progetti nel tempo. L’Anffas Alto Friuli è un’associazione che si prende cura e carico di famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, ma non solo, e nel consiglio direttivo, già da diversi anni, era chiaro quanto fosse importante rivolgersi ai giovani all’interno delle scuole per sensibilizzarli alla solidarietà e al volontariato. L’idea è stata esposta ad altre due realtà di volontariato, operanti entrambe nel campo della disabilità, Dinsi Une Man e Comunità di Rinascita, che vi hanno subito aderito.
Dalla collaborazione di queste tre associazioni, col parternariato della Carnia Special Team, grazie a un finanziamento del Centro Servizi Volontariato, è nato il primo VolontariaMente. E’ stata inoltre richiesta la partecipazione della ASS3 Alto Friuli, in particolare dei Servizi Sociali dei Comuni, che riconoscendo la validità formativa della proposta, ha subito reso disponibile un’educatrice dell’Unità funzionale socio-educativa. Riporto testualmente le motivazioni del primo progetto. “L’idea del corso e’ nata da una precedente esperienza fatta in una scuola superiore di Tolmezzo, che ha visto coinvolti alcuni studenti in funzione di tutor durante un corso d’informatica per giovani disabili. Alla fine del percorso tutti i ragazzi si sono dichiarati soddisfatti ed alcuni hanno proposto di proseguire l’esperienza. Con questo progetto pensiamo di dare risposte, stimoli e motivazioni ai giovani affinchè si avvicinino al mondo del volontariato, considerando quest’opportunità un’occasione di crescita, un modo per guardarsi attorno a 360° e scoprire che non esistono solo i loro problemi, per conoscere le loro emozioni e imparare a valorizzarsi reciprocamente, a relazionarsi con gli altri, a imparare a riconoscere i bisogni degli altri e a far emergere potenzialità spesso nascoste.”
Così, nell’anno scolastico 2004-05, VolontariaMente è stato presentato e svolto in tutti gli istituti superiori di Tolmezzo. Il progetto prevedeva tre fasi.
La prima di 4 incontri con le classi 3° e/o 4° per “promuovere tra gli studenti la cultura della solidarietà, la valorizzazione delle diversità, la riflessione sul valore del volontariato per la crescita personale di ogni ragazzo.”
La seconda riguardava una specifica formazione del volontariato ed era costituita da 7 incontri di 3 ore l’uno in cui, attraverso momenti teorici e pratico-esperienziali, si è analizzato e riflettuto su bisogni e motivazioni personali, comunicazione e relazione con l’altro, presa di coscienza delle proprie capacità e responsabilità.
Nella terza fase era previsto un convegno con persone che operano nel volontariato, in grado di portare testimonianze significative sulla loro esperienza, motivazioni e azione politica. VolontariaMente è stato apprezzato nelle scuole e riproposto l’anno dopo, nelle due prime fasi, dalle stesse associazioni , con rifinanziamento del CSV e collaborazione dei SSC, con qualche piccola modifica derivata dall’analisi dei punti di forza e delle criticità emersi durante la sua prima attuazione. Durante l’anno scolastico 2006-07, Anffas e DUM, hanno concorso a un bando regionale previsto dall’articolo 8 della L.R. 12 sul volontariato per avere il finanziamento necessario allo svolgimento, puntualmente avvenuto, della terza edizione del progetto.
E’ stato nell’anno successivo che le associazioni, non l’ASS3, che “hanno pensato, attivato e fortemente voluto” VolontariaMente hanno ceduto il passo. Vuoi perché, all’interno delle associazioni le esigenze, come le idee, sono sempre tante, ma le persone disponibili a tradurle in azioni sono poche e sempre le stesse, vuoi perché tra associazioni è spesso difficile coordinarsi, vuoi perché ormai era ampiamente dimostrata la validità del progetto e ci sembrava che l’ASS fosse interessata a darne continuità. E così è stato. Il resto l’abbiamo letto sull’articolo.
Mi si permetta ancora di proporre ai lettori qualche spunto di riflessione sull’azione di promozione culturale e sociale che possono svolgere le associazioni di volontariato e di quanto fruttuosa possa essere la collaborazione delle stesse con le istituzioni. La conoscenza dei bisogni, le esperienze, i saperi sono diversi, ma se ci si orienta verso uno scopo comune, il ben-essere di tutti, e si opera in sinergia si ottengono migliori risultati e si ottimizzano le sempre più scarse risorse. Qualche passo sull’ardua strada della co-progettazione sociale tra istituzioni e volontariato qui in Carnia si è fatto, ma gli incidenti di percorso sono sempre in agguato e la meta è ancora parecchio lontana. C’è lavoro per tutti.
Elisa Barazzutti presidente di Anffas Alto Friuli onlus
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domenica 8 novembre 2009
Il business sulla disperazione
Questa lettera è stata pubblicata sul Messaggero Veneto di martedì 24 novembre 2009.
Se guardo indietro, penso a quanto mi insegnavano i miei genitori, maestri elementari, e lo paragono ai valori di riferimento della società di oggi, c’è di che confondersi. Sono sicuro che molta gente ha voglia di cambiare questo sistema incancrenito dal particolarismo di chi è al potere, che non si occupa della gestione del bene pubblico e che, pare agisca all’insegna di un virtuosismo che punta al ribasso (Paolo Guzzanti). Tutti, nell’arco della vita, si confrontano con la scuola e il lavoro. La scuola, come io la ricordo, era impegnativa, ci insegnavano a ragionare, riconoscevano i nostri meriti, ma se non studiavamo, ci bocciavano. Anche allora c’erano problemi culminati nella rivoluzione studentesca del ’68, ma c’era passione, voglia di fare e di cambiare le cose. Attualmente, con la riforma Gelmini, la scuola arranca tra tagli di finanziamenti e risorse umane, scontentando sia studenti che professori con svalutazione della qualità dell’insegnamento. Mi hanno educato a rispettare il lavoro, perché permette di esprimere le proprie capacità e di raggiungere l’indipendenza economica. Allora i contratti erano in prevalenza a tempo indeterminato con la sicurezza della pensione a fine carriera. Attualmente, i nuovi contratti sono a termine e con nessuna garanzia. Salari bassi, scarsa incentivazione del profitto, incertezza del posto di lavoro, fuga di cervelli, disoccupazione crescente poco mitigata da ammortizzatori sociali. E cosa dire di quel bollettino di guerra rappresentato dai morti sul lavoro e di cui si parla troppo poco? Eppure istruzione e lavoro sono diritti sanciti dalla Costituzione. Dopo anni di esaltazione del lavoro a termine, c’è chi “riscopre” il valore del posto fisso. Certo, assenteisti e lavativi vanno puniti, ma chi lavora bene va incentivato, coinvolto nella programmazione. Alla schiera dei precari, che non possono programmarsi un futuro, si è aggiunta quella dei nuovi disoccupati e cassaintegrati che certamente non saranno ottimisti come vorrebbe il nostro premier. Ma qual è la soluzione? Eccola, a portata di mano! Si tratta di Win for life, la speranza racchiusa in un gratta e vinci. E’ incredibile che si riesca a fare business anche sulla disperazione! E’ degli ultimi giorni la notizia che alcuni supermercati, tra le promozioni, propongono biglietti, cedibili, che concorrono all’estrazione di un posto di lavoro per un anno a mille euro al mese. Questa è la creatività degli italiani nei momenti di crisi?!
Un tempo il rispetto per le istituzioni, per le forze dell’ordine e per la giustizia facevano parte dei valori insegnati in famiglia, a scuola e in parrocchia. Attualmente pare che il rispetto della legge sia imposto solo al poveraccio. E’ più facile andare in galera per furto di pane per fame, che di molti miliardi per insaziabile bramosia di ricchezza. Allucinante e incredibile in uno Stato democratico la vicenda di Stefano Cucchi. Un nome che pesa come un macigno, perché è lo Stato ad averlo sulla coscienza. La Magistratura dovrà accertare le responsabilità di chi, mi auguro sia solo una scheggia impazzita del sistema, lo ha picchiato a morte e, invece di tutelarlo, ne ha calpestato i diritti ponendo fine alla sua vita. Attualmente emerge dai media che il sistema politico funziona con la ricerca sistematica degli scheletri negli armadi degli avversari da usare come arma di ricatto, con gli intrallazzi con poteri malavitosi organizzati, con le pressioni sui giudici, con la minaccia di modificare la Costituzione perché rallenta il decisionismo di chi è al potere e non, piuttosto, con il confronto e la dialettica democratica. Certo i processi hanno tempi biblici, ci vuole una riforma, ma questa va fatta nell’interesse del popolo e non dei singoli. Mi fermo qui perché il discorso sarebbe veramente lungo e potrebbe diventare noioso. Da parte mia sono grato a chi mi ha fornito quegli insegnamenti e ho sempre prediletto l’onestà intellettuale e l’etica professionale piuttosto che perseguire la carriera a tutti i costi. Certamente è ’un percorso più difficile che non l’adeguarsi al comune sistema del do ut des. Che bello però alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio ed essere soddisfatti.
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Se guardo indietro, penso a quanto mi insegnavano i miei genitori, maestri elementari, e lo paragono ai valori di riferimento della società di oggi, c’è di che confondersi. Sono sicuro che molta gente ha voglia di cambiare questo sistema incancrenito dal particolarismo di chi è al potere, che non si occupa della gestione del bene pubblico e che, pare agisca all’insegna di un virtuosismo che punta al ribasso (Paolo Guzzanti). Tutti, nell’arco della vita, si confrontano con la scuola e il lavoro. La scuola, come io la ricordo, era impegnativa, ci insegnavano a ragionare, riconoscevano i nostri meriti, ma se non studiavamo, ci bocciavano. Anche allora c’erano problemi culminati nella rivoluzione studentesca del ’68, ma c’era passione, voglia di fare e di cambiare le cose. Attualmente, con la riforma Gelmini, la scuola arranca tra tagli di finanziamenti e risorse umane, scontentando sia studenti che professori con svalutazione della qualità dell’insegnamento. Mi hanno educato a rispettare il lavoro, perché permette di esprimere le proprie capacità e di raggiungere l’indipendenza economica. Allora i contratti erano in prevalenza a tempo indeterminato con la sicurezza della pensione a fine carriera. Attualmente, i nuovi contratti sono a termine e con nessuna garanzia. Salari bassi, scarsa incentivazione del profitto, incertezza del posto di lavoro, fuga di cervelli, disoccupazione crescente poco mitigata da ammortizzatori sociali. E cosa dire di quel bollettino di guerra rappresentato dai morti sul lavoro e di cui si parla troppo poco? Eppure istruzione e lavoro sono diritti sanciti dalla Costituzione. Dopo anni di esaltazione del lavoro a termine, c’è chi “riscopre” il valore del posto fisso. Certo, assenteisti e lavativi vanno puniti, ma chi lavora bene va incentivato, coinvolto nella programmazione. Alla schiera dei precari, che non possono programmarsi un futuro, si è aggiunta quella dei nuovi disoccupati e cassaintegrati che certamente non saranno ottimisti come vorrebbe il nostro premier. Ma qual è la soluzione? Eccola, a portata di mano! Si tratta di Win for life, la speranza racchiusa in un gratta e vinci. E’ incredibile che si riesca a fare business anche sulla disperazione! E’ degli ultimi giorni la notizia che alcuni supermercati, tra le promozioni, propongono biglietti, cedibili, che concorrono all’estrazione di un posto di lavoro per un anno a mille euro al mese. Questa è la creatività degli italiani nei momenti di crisi?!
Un tempo il rispetto per le istituzioni, per le forze dell’ordine e per la giustizia facevano parte dei valori insegnati in famiglia, a scuola e in parrocchia. Attualmente pare che il rispetto della legge sia imposto solo al poveraccio. E’ più facile andare in galera per furto di pane per fame, che di molti miliardi per insaziabile bramosia di ricchezza. Allucinante e incredibile in uno Stato democratico la vicenda di Stefano Cucchi. Un nome che pesa come un macigno, perché è lo Stato ad averlo sulla coscienza. La Magistratura dovrà accertare le responsabilità di chi, mi auguro sia solo una scheggia impazzita del sistema, lo ha picchiato a morte e, invece di tutelarlo, ne ha calpestato i diritti ponendo fine alla sua vita. Attualmente emerge dai media che il sistema politico funziona con la ricerca sistematica degli scheletri negli armadi degli avversari da usare come arma di ricatto, con gli intrallazzi con poteri malavitosi organizzati, con le pressioni sui giudici, con la minaccia di modificare la Costituzione perché rallenta il decisionismo di chi è al potere e non, piuttosto, con il confronto e la dialettica democratica. Certo i processi hanno tempi biblici, ci vuole una riforma, ma questa va fatta nell’interesse del popolo e non dei singoli. Mi fermo qui perché il discorso sarebbe veramente lungo e potrebbe diventare noioso. Da parte mia sono grato a chi mi ha fornito quegli insegnamenti e ho sempre prediletto l’onestà intellettuale e l’etica professionale piuttosto che perseguire la carriera a tutti i costi. Certamente è ’un percorso più difficile che non l’adeguarsi al comune sistema del do ut des. Che bello però alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio ed essere soddisfatti.
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lunedì 5 ottobre 2009
ETICA - Una deriva intollerabile
Queste considerazioni sono state pubblicate, nella rubrica "La posta dei lettori", sul Messaggero Veneto del 22 ottobre 2009.
Etica è una parola molto abusata, ma qual è il suo vero significato? Sfogliando lo Zingarelli si legge “Parte della filosofia che studia i problemi e i valori connessi all’agire umano: la distinzione tra il bene e il male è propria dell’etica…”
C’è da chiedersi come sia possibile tollerare una deriva etica come quella che stiamo vivendo. Abbiamo un governo forte con i deboli e debole con i forti. Pare un giochetto di parole, ma in realtà nasconde una verità drammatica derivata dallo slittamento della priorità dei valori dall’Uomo al dio denaro. Si è persa l’umanità, la tolleranza e la solidarietà, un tempo tipiche degli italiani, per far posto alla bugia sistematica, allo sprezzo delle vigenti leggi, all’intolleranza, alla mancanza di rispetto per le persone, per i diritti umani e civili. La libertà di stampa è talmente calpestata che il nostro è stato definito “paese semilibero” dagli osservatori internazionali. I diritti umani di tante persone, spesso in fuga da guerre e miseria, vengono calpestati; si attuano i “respingimenti” verso uno stato che non li rispetta, come la Libia con il quale il nostro paese sta stabilendo rapporti commerciali sempre più stretti. In tutti i settori è in costante crescita il numero dei precari e dei disoccupati che perdono il posto di lavoro senza poter usufruire degli ammortizzatori sociali. E’ in atto una politica fatta di tagli selvaggi per compensare il sempre maggior indebitamento dello stato e un PIL sempre più asfittico. Dal mio punto di vista questa situazione rappresenta una sconfitta della democrazia e non va mistificata con “disfattismo”, parola usata dal premier per etichettare la politica della sinistra che, a dir suo, non fa altro che terrorismo. Il governo, ponendo per la venticinquesima volta dall’inizio del mandato, il voto di fiducia, che di fatto tende a svilire sempre più il ruolo del Parlamento, ha approvato lo scudo fiscale, provvedimento che premia chi ha evaso il fisco e accumulato denaro con affari anche illeciti. Mi è difficile trovare un senso etico in questo provvedimento. Io, da cittadino che ha sempre pagato le tasse, sono furibondo perché questo è uno schiaffo morale agli onesti e un incentivo a perseverare per i disonesti. Ma lo sconcerto maggiore mi è venuto leggendo che il provvedimento è passato alla Camera per uno scarto di soli venti voti e che, durante la seduta, si è registrata l’assenza di circa 120 deputati, di cui 29 dell’opposizione. Appare evidente, pertanto, che l’approvazione di questo “mostro legislativo” è da attribuire a tutto il parlamento, non solo alla destra. Penso che il ministro Brunetta farebbe bene ad occuparsi, ancor prima che di altri, dei “fannulloni” parlamentari, perché un comportamento di quel genere istiga molti ad imitarli. Bisogna che le parole riacquistino il loro senso e che chi ci rappresenta si comporti coerentemente al proprio ruolo e mandato e non consideri la res pubblica come una res privata con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti da tanto, ormai troppo, tempo. Da ultimo mi sia concesso esprimere il mio punto di vista su un fatto recente, che di etico ha ben poco, alludo ai funerali di stato di Mike Buongiorno. Mi pare assolutamente ingiusto accomunare chi ha pagato con la vita il suo impegno per lo Stato e per la pace con chi ha fatto sì bene il proprio lavoro, peraltro molto ben retribuito, nel mondo dello spettacolo, dando avvio alla TV commerciale che tanto giova al patrimonio di pochi e all’ignoranza di molti, ed è morto nella sua lussuosa casa di Montecarlo. Al contrario, mi stupisce che ben poco risalto venga dato a chi, ogni giorno, muore sul lavoro, magari nero, e che non riesce a sbarcare il lunario. Basta con quel disgustoso paraocchi propinatoci da certi media a suon di escort e festini faraonici, funzionali a nascondere una politica che non tiene conto del conflitto d’interessi di chi ci governa. Concludo auspicandomi che il rispetto dei diritti di tutti, la ricerca della libertà in ogni sua accezione e la ribellione verso l’ingiustizia, diventino patrimonio comune e che si riporti l’interesse primario della politica al “Pianeta Uomo”. Utopia???
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Etica è una parola molto abusata, ma qual è il suo vero significato? Sfogliando lo Zingarelli si legge “Parte della filosofia che studia i problemi e i valori connessi all’agire umano: la distinzione tra il bene e il male è propria dell’etica…”
C’è da chiedersi come sia possibile tollerare una deriva etica come quella che stiamo vivendo. Abbiamo un governo forte con i deboli e debole con i forti. Pare un giochetto di parole, ma in realtà nasconde una verità drammatica derivata dallo slittamento della priorità dei valori dall’Uomo al dio denaro. Si è persa l’umanità, la tolleranza e la solidarietà, un tempo tipiche degli italiani, per far posto alla bugia sistematica, allo sprezzo delle vigenti leggi, all’intolleranza, alla mancanza di rispetto per le persone, per i diritti umani e civili. La libertà di stampa è talmente calpestata che il nostro è stato definito “paese semilibero” dagli osservatori internazionali. I diritti umani di tante persone, spesso in fuga da guerre e miseria, vengono calpestati; si attuano i “respingimenti” verso uno stato che non li rispetta, come la Libia con il quale il nostro paese sta stabilendo rapporti commerciali sempre più stretti. In tutti i settori è in costante crescita il numero dei precari e dei disoccupati che perdono il posto di lavoro senza poter usufruire degli ammortizzatori sociali. E’ in atto una politica fatta di tagli selvaggi per compensare il sempre maggior indebitamento dello stato e un PIL sempre più asfittico. Dal mio punto di vista questa situazione rappresenta una sconfitta della democrazia e non va mistificata con “disfattismo”, parola usata dal premier per etichettare la politica della sinistra che, a dir suo, non fa altro che terrorismo. Il governo, ponendo per la venticinquesima volta dall’inizio del mandato, il voto di fiducia, che di fatto tende a svilire sempre più il ruolo del Parlamento, ha approvato lo scudo fiscale, provvedimento che premia chi ha evaso il fisco e accumulato denaro con affari anche illeciti. Mi è difficile trovare un senso etico in questo provvedimento. Io, da cittadino che ha sempre pagato le tasse, sono furibondo perché questo è uno schiaffo morale agli onesti e un incentivo a perseverare per i disonesti. Ma lo sconcerto maggiore mi è venuto leggendo che il provvedimento è passato alla Camera per uno scarto di soli venti voti e che, durante la seduta, si è registrata l’assenza di circa 120 deputati, di cui 29 dell’opposizione. Appare evidente, pertanto, che l’approvazione di questo “mostro legislativo” è da attribuire a tutto il parlamento, non solo alla destra. Penso che il ministro Brunetta farebbe bene ad occuparsi, ancor prima che di altri, dei “fannulloni” parlamentari, perché un comportamento di quel genere istiga molti ad imitarli. Bisogna che le parole riacquistino il loro senso e che chi ci rappresenta si comporti coerentemente al proprio ruolo e mandato e non consideri la res pubblica come una res privata con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti da tanto, ormai troppo, tempo. Da ultimo mi sia concesso esprimere il mio punto di vista su un fatto recente, che di etico ha ben poco, alludo ai funerali di stato di Mike Buongiorno. Mi pare assolutamente ingiusto accomunare chi ha pagato con la vita il suo impegno per lo Stato e per la pace con chi ha fatto sì bene il proprio lavoro, peraltro molto ben retribuito, nel mondo dello spettacolo, dando avvio alla TV commerciale che tanto giova al patrimonio di pochi e all’ignoranza di molti, ed è morto nella sua lussuosa casa di Montecarlo. Al contrario, mi stupisce che ben poco risalto venga dato a chi, ogni giorno, muore sul lavoro, magari nero, e che non riesce a sbarcare il lunario. Basta con quel disgustoso paraocchi propinatoci da certi media a suon di escort e festini faraonici, funzionali a nascondere una politica che non tiene conto del conflitto d’interessi di chi ci governa. Concludo auspicandomi che il rispetto dei diritti di tutti, la ricerca della libertà in ogni sua accezione e la ribellione verso l’ingiustizia, diventino patrimonio comune e che si riporti l’interesse primario della politica al “Pianeta Uomo”. Utopia???
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