domenica 25 agosto 2013
Ecco perché é bene ricordare
Il 26 aprile, alla Risiera di San Sabba, a Trieste, è stata inaugurata la mostra Progetto Eutanasia: Sterminate i disabili. La mostra voluta dalla Coop. Soc. Trieste Integrazione a marchio ANFFAS, allestita con il materiale dell’Associazione Olokaustos di Venezia, nel primo mese di apertura ha registrato un afflusso di circa 20.000 persone tanto da indurre il comitato culturale del museo a chiederne una proroga.
Vedere quelle fotografie, particolarmente suggestive nell’evocativo ambiente espositivo, e leggere i cartelli esplicativi mi ha permesso di conoscere passaggi storici a me quasi sconosciuti, ma in generale poco noti, che fanno rabbrividire. Si è trattato di uno sterminio sistematico e scientificamente programmato di disabili, e non solo, che ha rappresentato il “banco di prova” dell’olocausto riportato su tutti i libri.
Come chirurgo e padre di un meraviglioso ragazzo con disabilità, ne sono uscito profondamente colpito ed è stato sconvolgente venire a conoscenza che i “mostri in camice bianco”, si rivelarono addirittura più efficienti di quanto lo furono, durante la guerra, le tanto famigerate SS.
Mi sono fissato i passaggi storici principali per cercare di capire gli antefatti di tale dramma, paragonarli con la situazione attuale e rispondere alla domanda “Perché ricordare?”.
Nel 1869, negli Stati Uniti d’America, Francis Galton, cugino del più famoso Charles Darwin, coniò il termine eugenetica per indicare “una scienza volta al perfezionamento della specie umana attraverso lo studio e la selezione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi e la rimozione di quelli negativi”. Il movimento eugenista, finanziato da alcuni industriali, si diffuse a tal punto da spingere le forze politiche a chiudere le scuole per sordi, considerate una spesa inutile, ad introdurre la segregazione e la sterilizzazione forzata per gli inadatti, praticata in alcuni Stati dell’Unione, (64.000 vittime dal primo decennio del ‘900 al 1963) e il controllo eugenetico degli immigrati. Le idee di Galton approdarono in Germania ad opera del medico/biologo/eugenista Alfred Ploetz che, nel 1895, scrisse Le basi dell’igiene razziale e nel 1905 fondò la Società tedesca di Eugenetica. Durante il primo conflitto mondiale negli ospedali psichiatrici tedeschi oltre 140 mila pazienti vennero lasciati morire di fame. Lo Stato decise di non mantenere quella “zavorra sociale” con risorse che avrebbero potuto essere utilizzate in altri settori considerati “più produttivi”.
Fu nel 1920 che, in Germania, lo psichiatra Alfred Hoche e il giurista Karl Binding pubblicarono il libro L’autorizzazione all’eliminazione delle vite indegne di essere vissute, sviluppando il concetto di “eutanasia sociale”. Tali teorie furono supportate negli anni seguenti, con l’avvento del nazismo, da una massiccia e mirata comunicazione sociale, veicolata con capillare diffusione dai media di regime, e ciò rappresentò il principale “mezzo d’istruzione” del popolo tedesco riguardo all’eutanasia. In questo modo il nazismo riuscì anche ad esercitare una tale pressione sulle coscienze da trasformare la classe medica in complice di crimini mostruosi e buona parte della popolazione in spettatore indifferente. Un’interessante riflessione riguarda i criteri in base ai quali si stabiliva quali erano le vite indegne di essere vissute. Tali criteri, considerando la variabilità delle condizioni delle persone e delle convinzioni dei vari componenti delle commissioni, necessariamente erano molto discrezionali, per cui potevano rientrare in tale “categoria” anche le persone con disabilità lievi, di colore, gli omosessuali, gli zingari, gli alcolisti, etc. Dal 1933 al 45, in Germania, dopo la promulgazione della legge sulla sterilizzazione, vennero operate più di 400.000 persone su indicazione delle 181 corti genetiche appositamente predisposte. Con il decreto sull’Obbligo di dichiarazione di neonati deformi del 1939, i nazisti passarono all’eliminazione fisica, iniziando dai bambini disabili, con iniezioni letali, o lasciandoli morire di fame, che fu attuata con l’assenso dei 500 medici che facevano capo alla Commissione per le malattie genetiche ed ereditarie nelle cliniche della morte, appositamente create e sarcasticamente chiamate Reparti per l’assistenza esperta dei bambini.
L’unica voce che si levò per segnalare quegli orrori fu quella del vescovo di Munster che, nell’estate del 1941, durante le omelie, denunciò il clima di terrore che si era instaurato, l’arresto di molti sacerdoti che si erano ribellati e il massacro dei malati di mente.
Con il processo di Norimberga, i capi organizzatori di quegli orrori vennero riconosciuti colpevoli di crimini contro l’umanità, mentre, paradossalmente i medici, gli infermieri e le ostetriche che avevano praticato fisicamente le uccisioni degli “indegni di vivere” furono condannati a pene miti, perché era nella cultura del tempo ritenere quelle vite senza valore.
Ma sono proprio definitivamente scomparse le aberranti idee che portarono a quello sterminio?
Purtroppo parrebbe di no! Pratiche di questo tipo sono proseguite ancora per parecchi anni. Inoltre dagli anni ’80, si è affacciato alla ribalta un filone di pensiero propugnato dal docente universitario australiano Peter Singer, definito il “filosofo della soluzione finale”, fondatore di un Centro per la bioetica, che ha scritto: “Il mero fatto di esistere come essere umano vivo e innocente non è sufficiente per avere un diritto alla vita.”
Fa rabbrividire che, a tutt’oggi, siano pubblicati, su prestigiose riviste scientifiche e culturali di rilevanza internazionale, saggi e articoli di insigni professori di bioetica e filosofia e che vi siano discussioni scientifiche ad alto livello che giustificano l’eutanasia dei neonati disabili. Nell’Europa comunitaria, addirittura, vi sono Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, che si allineano a questo pazzesco pensiero e che adottano protocolli per adeguarvisi.
Fortuna che ci sono anche tante importanti voci contrarie! Tra tutte mi piace ricordare quella di Giovanni Paolo II che, nel gennaio del 2004, inviò un messaggio ai partecipanti al Simposio internazionale Dignità e diritti della persona con handicap mentale, in cui affermava che “La qualità di vita all’interno di una comunità si misura in buona parte dall’impegno nell’assistenza ai più deboli e ai più bisognosi e nel rispetto della loro dignità di uomini e di donne. Il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani.”
Quel documento anticipava di ben due anni i contenuti della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, approvata nel 2006 e recepita dallo stato italiano con la legge18 del 2009. In quell’occasione, l’allora ministro Sacconi dichiarò che “La capacità di risposta ai bisogni delle persone disabili è uno degli indicatori principali di un Welfare moderno, maggiormente inclusivo, equo ed efficiente.”
La guardia non va abbassata, anzi! Se si pensa che nel 2010, sui media comparvero alcune dichiarazioni dell’allora Ministro dell’Economia Tremonti che diceva: “Su 60 milioni di abitanti, 2.7 milioni di invalidi pone la questione se un Paese così può essere ancora competitivo… Il costo delle pensioni di invalidità è salito a 16 miliardi. Un punto di PIL ogni anno va agli invalidi…”
Immediata la risposta della Fish (Federazione Italiana Superamento Handicap) che precisò: “L’Italia per l’invalidità (comprese le pensioni di reversibilità) spende l’1,5% del proprio PIL… mentre la media nell’Europa dei 15 è il 2,1%... sempre secondo elaborazioni del Ministero dell’Economia, l‘evasione fiscale incide per il 22% del PIL… “
Appare evidente che in un paese democratico e civile, invece d’insistere ad additare ignominiosamente i disabili veri come fonte di spesa superflua, sia opportuno, per esempio, perseguire con sempre maggiore determinazione gli evasori fiscali.
Mi piace ancora citare Giovanni Paolo II e non solo perché sono credente, ma perché in questa frase, nella sua grande laicità e universalità c’è il rispetto della Persona, al di sopra della condizione fisica o mentale, del credo, della razza o di qualsivoglia diversità: la Persona in tutta la sua umanità e ricchezza. “Soltanto se vengono riconosciuti i diritti dei più deboli una società può dire di essere fondata sul diritto e sulla giustizia: l’handicappato non è persona in modo diverso dagli altri, per cui riconoscendo e promovendo la sua dignità e i suoi diritti, noi riconosciamo e promoviamo la dignità e i diritti nostri e di ciascuno di noi.”
Ecco perché è bene ricordare e mai abbassare la guardia!
Per approfondire:
http://www.zenit.org/it/articles/giovanni-paolo-ii-attenzione-ai-disabili-termometro-della-qualita-della-vita
http://www.ilfoglio.it/soloqui/17486
http://247.libero.it/mfocus/188533892/a25076497/proposta-choc-dei-bioetici/
http://digilander.libero.it/filosofiaescienza/manifesto_bioeticalaica.htm
http://www.consultadibioetica.org/bioetica_laica.html
Associazione Olokaustos PROGETTO EUTANASIA: STERMINATE I DISABILI d’Assain Editore
Perché non accada mai più RICORDIAMO a cura dell’Associazione Regionale Anffas Emilia Romagna e dell’Ass. Amici dell’Anff
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venerdì 23 dicembre 2011
Gioco. E' una vera dipendenza
Queste considerazioni sono state pubblicate in forma di lettera nella posta dei lettori del Messaggero Veneto del 8 gennaio 2012.
Tra le recenti notizie comparse sui media locali riguardo il gioco d’azzardo autorizzato, colpiscono particolarmente la desolante performance di un giocatore che ha passato 70 ore ininterrotte in una sala da gioco, perdendo un’ingente somma e la notizia che sul prossimo numero di Cronache Tolmezzine ci saranno le pubblicità di 2 sale da gioco. Il gioco così concepito rischia di generare una narcosi ipnotica che può sfociare in una vera e propria dipendenza grave quanto quelle da droga, alcool e fumo. Pare che il giro d’affari di questo mercato dei sogni, raggiunga somme molto importanti, situazione ancor più stridente considerando il momento di lacrime e sangue che stiamo attraversando. Tralascio i commenti sui principi etici di chi gestisce questo mercato, ma da cittadino responsabile, rivolgo una critica a chi lo ha legittimato. Da sempre il monopolio di Stato fa cassa sulle debolezze delle persone che, illudendosi di fare il colpo grosso, alimentano la dipendenza.
Anche se lo stato trae dal gioco un grande profitto, è vergognoso che ne sia permessa un diffusione così capillare. Stando a quanto riportato dal Messaggero del 21 dicembre, il sindaco afferma che a Tolmezzo si trovano ben 70 siti dove giocare. In essi molta gente si rovina sottraendo risorse alle famiglie e all’economia reale. Si direbbe che si punti allo sfascio dello Stato se, per far cassa a breve, si consente a pochi di arricchirsi a dismisura a fronte di
molti che si riducono in miseria, anche perché sarà sempre più necessario destinare somme ingenti al recupero sociale e mentale, dei giocatori patologici senza contare la sofferenza loro, delle famiglie, e, in fondo, il disagio sociale di intere comunità. E’ il cane che si morde la coda! E allora ben vengano tavoli di discussione ed approfondimento del problema, ma soprattutto si pianifichi l’istituzione di luoghi ed iniziative alternativi, allettanti e proficui per giovani e meno giovani e s’investa di più sulla costruzione del benessere sociale.
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Tra le recenti notizie comparse sui media locali riguardo il gioco d’azzardo autorizzato, colpiscono particolarmente la desolante performance di un giocatore che ha passato 70 ore ininterrotte in una sala da gioco, perdendo un’ingente somma e la notizia che sul prossimo numero di Cronache Tolmezzine ci saranno le pubblicità di 2 sale da gioco. Il gioco così concepito rischia di generare una narcosi ipnotica che può sfociare in una vera e propria dipendenza grave quanto quelle da droga, alcool e fumo. Pare che il giro d’affari di questo mercato dei sogni, raggiunga somme molto importanti, situazione ancor più stridente considerando il momento di lacrime e sangue che stiamo attraversando. Tralascio i commenti sui principi etici di chi gestisce questo mercato, ma da cittadino responsabile, rivolgo una critica a chi lo ha legittimato. Da sempre il monopolio di Stato fa cassa sulle debolezze delle persone che, illudendosi di fare il colpo grosso, alimentano la dipendenza.
Anche se lo stato trae dal gioco un grande profitto, è vergognoso che ne sia permessa un diffusione così capillare. Stando a quanto riportato dal Messaggero del 21 dicembre, il sindaco afferma che a Tolmezzo si trovano ben 70 siti dove giocare. In essi molta gente si rovina sottraendo risorse alle famiglie e all’economia reale. Si direbbe che si punti allo sfascio dello Stato se, per far cassa a breve, si consente a pochi di arricchirsi a dismisura a fronte di
molti che si riducono in miseria, anche perché sarà sempre più necessario destinare somme ingenti al recupero sociale e mentale, dei giocatori patologici senza contare la sofferenza loro, delle famiglie, e, in fondo, il disagio sociale di intere comunità. E’ il cane che si morde la coda! E allora ben vengano tavoli di discussione ed approfondimento del problema, ma soprattutto si pianifichi l’istituzione di luoghi ed iniziative alternativi, allettanti e proficui per giovani e meno giovani e s’investa di più sulla costruzione del benessere sociale.
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domenica 18 settembre 2011
Dalle balle alla cruda realtà
Da anni ormai il premier rassicura gli italiani sostenendo prima che la crisi era una balorda fantasia delle opposizioni, ora che è globale. Molti hanno perso il lavoro, tante famiglie non arrivano a metà mese e il potere d’acquisto della moneta è crollato, ma si sbandierava solidità economica e tutto andava bene. Per tentare di superare la crisi Sarkosy e Merkel, con discutibile autorità, e poi la BCE hanno imposto al governo italiano condizioni tali da configurare quasi un commissariamento. Che figuraccia! Dal 2008, col fallimento della Lehman Brothers, è esplosa una crisi economica di proporzioni mondiali, oltre a rendersi in seguito palese un attacco speculativo alla zona euro con l’aggressione ai paesi più deboli: Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo e ora Italia. I Sindacati e la Confindustria hanno sostenuto che nulla è stato fatto di concreto per rimettere in moto l’economia italiana. La risposta delle Borse è stata e continua ad essere disastrosa a conferma che i mercati esigono fatti e non chiacchiere. Con quale coraggio i nostri governanti osano chiederci ancora sacrifici per attuare una manovra economica così drammatica quanto necessaria? Siamo arrivati alla quarta stesura della stessa con incremento esponenziale della sua entità e alla 49^ fiducia, disattendendo il dibattito parlamentare e la convergenza di tutte le parti come auspicato dal Presidente della Repubblica. Non sarebbe prioritario per cominciare a riallineare i conti di questa disastrata Italia arrestare l’emorragia dovuta agli sprechi e al cronico malaffare che finalmente suscitano tanta indignazione? E’ora che i nostri governanti agiscano seriamente e con equità tassando in proporzione alla ricchezza e non sempre i soliti, riducendo finalmente le loro esagerate prebende, eliminando gli enti inutili, perseguendo chi spreca, ma soprattutto gli evasori fiscali. Siamo sicuri che ci sia la volontà di attuare queste sbandierate misure che però potrebbero rappresentare un inizio di rinascita?
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giovedì 23 giugno 2011
Considerazioni sul risultato referendario
Le manifestazioni di piazza degli studenti a difesa della scuola, quelle delle donne per la loro dignità, dei lavoratori e dei precari per il lavoro, quella per la giustizia, il risultato delle amministrative e quello plebiscitario dei referendum rappresentano segnali di inequivocabile disagio dei cittadini costretti da una soffocata democrazia. Siete l’Italia peggiore dice il ministro Brunetta rivolgendosi ai precari, mentre il premier spiega al presidente israeliano Netanyahu che il Parnaso di Andrea Appiani rappresenta il bunga bunga del 1811, sono solo un campione tra le tante oscenità che ci propinano spesso i nostri governanti. L’Italia ha dimostrato di non essere quella che loro rappresentano, ma un’altra formata da tanti cittadini che, stufi di subire, hanno rispolverato La libertà è partecipazione di Giorgio Gaber si sono rivelati un’onda inarrestabile e hanno travolto le cricche partitiche e i loro interessi. Che bello vedere tanti giovani esultare alla vittoria referendaria e gridare l’Italia s’è desta… i cuori dell’Italia siamo noi! Che bello constatare che le manovre per boicottare i referendum e l’informazione si sono dimostrate inutili contro la potenza del passa parola e il movimento promosso dai comitati spontanei attraverso il web! I comitati con tanti giovani, futuro del paese, hanno esautorato i partiti evidenziando lo scollamento esistente tra elettori e classe politica che non può più permettersi d’ignorare il messaggio espresso da un elettorato che vuole essere ascoltato su temi d’interesse comune, al di là della militanza politica. Anche il Papa ha richiamato i politici al rispetto della persona e dell’ambiente. Io credo che debba esistere una nemesi storica. Sentire Berlusconi dichiarare I referendum sono inutili! Io non vado a votare, e poi vedere il risultato che queste parole hanno avuto sull’esito della tornata referendaria mi fa pensare che siamo sulla buona strada!
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mercoledì 4 maggio 2011
Un'occasione di risveglio
Questa lettera è stata pubblicata il 21 maggio 2011 nella rubrica "Per posta e per E-Mail" del Messaggero Veneto.
Il recente disastro di Fukushima e il 25° anniversario di Chernobyl hanno riproposto la pericolosità del nucleare, nonostante le rassicurazioni del prof. Veronesi. Il governo, vista l’ondata emotiva popolare, ha approvato una moratoria di un anno, vero e proprio specchietto per le allodole che lo stesso Berlusconi ha svelato durante un incontro con il presidente Sarkozy. Con la Francia ci sono accordi per la costruzione di 4 centrali nucleari e sentire il premier che conferma il sospetto che il governo miri a depotenziare il quesito referendario per evitare che di nucleare se ne riparli tra molti anni, è proprio una bella presa per i fondelli! Analogo boicottaggio anche per i due quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua, bene vitale per tutti. L’obiettivo del governo, sia ben chiaro, non è tutelare la salute dei cittadini, bensì impedire il raggiungimento del quorum per annullare i quesiti referendari, in particolar modo quello sul legittimo impedimento, il più rischioso per il premier. Un vero e proprio scippo alla democrazia! Fortuna che sono nati comitati spontanei e che personaggi famosi sono scesi in campo, ma l’opposizione dove sta? Adriano Celentano ha scritto una lettera indirizzata ai cari studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell’insicurezza perché non disertino le urne e non sprechino un’importante opportunità. Il governo, pur di boicottare i referendum, non ha unificato la tornata elettorale amministrativa di maggio con quella referendaria di giugno, gettando al vento 350 mil. di euro. I sondaggi Eurispes mostrano un vistoso calo di fiducia nei confronti della politica, i quesiti sono posti in maniera poco chiara e informazione non passa sulle reti televisive pubbliche. Attiviamoci per diffondere in tutti i modi possibili l’informazione negata. Col voto c’è la possibilità di buttare alle ortiche la rassegnazione che ultimamente anestetizza molti italiani, ormai assuefatti ad ogni schifezza.
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Il recente disastro di Fukushima e il 25° anniversario di Chernobyl hanno riproposto la pericolosità del nucleare, nonostante le rassicurazioni del prof. Veronesi. Il governo, vista l’ondata emotiva popolare, ha approvato una moratoria di un anno, vero e proprio specchietto per le allodole che lo stesso Berlusconi ha svelato durante un incontro con il presidente Sarkozy. Con la Francia ci sono accordi per la costruzione di 4 centrali nucleari e sentire il premier che conferma il sospetto che il governo miri a depotenziare il quesito referendario per evitare che di nucleare se ne riparli tra molti anni, è proprio una bella presa per i fondelli! Analogo boicottaggio anche per i due quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua, bene vitale per tutti. L’obiettivo del governo, sia ben chiaro, non è tutelare la salute dei cittadini, bensì impedire il raggiungimento del quorum per annullare i quesiti referendari, in particolar modo quello sul legittimo impedimento, il più rischioso per il premier. Un vero e proprio scippo alla democrazia! Fortuna che sono nati comitati spontanei e che personaggi famosi sono scesi in campo, ma l’opposizione dove sta? Adriano Celentano ha scritto una lettera indirizzata ai cari studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell’insicurezza perché non disertino le urne e non sprechino un’importante opportunità. Il governo, pur di boicottare i referendum, non ha unificato la tornata elettorale amministrativa di maggio con quella referendaria di giugno, gettando al vento 350 mil. di euro. I sondaggi Eurispes mostrano un vistoso calo di fiducia nei confronti della politica, i quesiti sono posti in maniera poco chiara e informazione non passa sulle reti televisive pubbliche. Attiviamoci per diffondere in tutti i modi possibili l’informazione negata. Col voto c’è la possibilità di buttare alle ortiche la rassegnazione che ultimamente anestetizza molti italiani, ormai assuefatti ad ogni schifezza.
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Una scritta più che oltraggiosa
Questa lettera è stata pubblicata il 12 maggio 2011 nella rubrica "Per Posta e per E-Mail" del Messaggero Veneto.
Sono rimasto sconcertato a leggere sul Messaggero Veneto del 26 aprile che ad Ampezzo, sul muro della casa di Elio Martinis, qualche ignobile anonimo, e non poteva che essere tale, ha scritto “partigiano infame”. Frase oltraggiosa non solo nei confronti del proprietario del muro, ma di tutto il movimento di Liberazione. Martinis, durante la guerra di liberazione, fu il comandante “Furore”, eroico e indomito combattente per la libertà. Ampezzo nell’autunno ’44 diventò, seppur per breve tempo, capitale della Repubblica Partigiana delle Alpi e Prealpi Carniche, un vasto territorio sottratto al controllo tedesco. In Italia ci furono altre zone libere, ma l’esperienza carnica fu unica nel suo genere: un primo abbozzo, un’anticipazione di quel modello che sarebbe diventata la Repubblica Italiana. La scritta è oltraggiosa all’ennesima potenza. Conosco Elio Martinis dalla fine degli anni ’70, quando con mio fratello, geologo, passava giornate a parlare di paleontologia, materia in cui, pur autodidatta, ha acquisito fama internazionale. Elio è anche un grande artista, ma soprattutto un uomo dall’onestà adamantina che ha lottato e pagato di tasca propria per difendere quegli ideali di libertà in cui credeva, come tanti giovani mandati a combattere su fronti lontani e poi abbandonati a se stessi dopo l’8 settembre ’43. Mi sento vicino a lui e a tutti coloro che in ogni parte del mondo hanno lottato e lottano per la libertà e per ottenere una Costituzione che la difenda. Stiamo, purtroppo, assistendo a rigurgiti di ideologie razziste e a continui attacchi alla nostra libertà non solo da parte di balordi di tale risma, ma anche di uomini politici eletti nelle istituzioni che dovrebbero tutelare tali valori invece che denigrarli. “Vergogna! Basta!” Oggi più che mai c’è bisogno di resistere alle reiterate aggressioni a quegli ideali per cui Martinis ha combattuto con passione e coerenza per tutta la vita.
Sono rimasto sconcertato a leggere sul Messaggero Veneto del 26 aprile che ad Ampezzo, sul muro della casa di Elio Martinis, qualche ignobile anonimo, e non poteva che essere tale, ha scritto “partigiano infame”. Frase oltraggiosa non solo nei confronti del proprietario del muro, ma di tutto il movimento di Liberazione. Martinis, durante la guerra di liberazione, fu il comandante “Furore”, eroico e indomito combattente per la libertà. Ampezzo nell’autunno ’44 diventò, seppur per breve tempo, capitale della Repubblica Partigiana delle Alpi e Prealpi Carniche, un vasto territorio sottratto al controllo tedesco. In Italia ci furono altre zone libere, ma l’esperienza carnica fu unica nel suo genere: un primo abbozzo, un’anticipazione di quel modello che sarebbe diventata la Repubblica Italiana. La scritta è oltraggiosa all’ennesima potenza. Conosco Elio Martinis dalla fine degli anni ’70, quando con mio fratello, geologo, passava giornate a parlare di paleontologia, materia in cui, pur autodidatta, ha acquisito fama internazionale. Elio è anche un grande artista, ma soprattutto un uomo dall’onestà adamantina che ha lottato e pagato di tasca propria per difendere quegli ideali di libertà in cui credeva, come tanti giovani mandati a combattere su fronti lontani e poi abbandonati a se stessi dopo l’8 settembre ’43. Mi sento vicino a lui e a tutti coloro che in ogni parte del mondo hanno lottato e lottano per la libertà e per ottenere una Costituzione che la difenda. Stiamo, purtroppo, assistendo a rigurgiti di ideologie razziste e a continui attacchi alla nostra libertà non solo da parte di balordi di tale risma, ma anche di uomini politici eletti nelle istituzioni che dovrebbero tutelare tali valori invece che denigrarli. “Vergogna! Basta!” Oggi più che mai c’è bisogno di resistere alle reiterate aggressioni a quegli ideali per cui Martinis ha combattuto con passione e coerenza per tutta la vita.
martedì 12 aprile 2011
Parlamentari- Sceneggiate e rappresentanza
Questa lettera è stata pubblicata mercoledì 13 aprile 2011 nella rubrica "Per Posta e per E-mail" del Messaggero Veneto. Le sceneggiate, basate su vituperio e prepotenza, che spesso ci propinano alcuni parlamentari mostrano un caleidoscopio di situazioni in cui la realtà supera l’immaginazione. Dove si è mai visto un ministro della Difesa che insulta con frasi da ultrà il presidente della Camera e un onorevole che gli tira addosso un giornale appallottolato? Dove si è mai visto un ministro della Giustizia che lancia il suo tesserino parlamentare verso i banchi dell’opposizione e alcuni giorni dopo invoca la piazza contro i magistrati? Dove si è mai visto un premier che non si presenta in aula a relazionare sulla partecipazione all’azione militare contro l’amico Gheddafi e poi, invece di pianificare un progetto serio per risolvere l’emergenza profughi nordafricani, va a fare uno show mediatico a Lampedusa? Stride il confronto con il comportamento composto del premier nipponico durante le recenti catastrofi che hanno colpito il suo paese, con quello da showman del nostro premier interessato, come al solito, più a procurarsi consensi politici che a tutelare gli interessi della popolazione. Ma quanti gli crederanno ancora? Dove si è mai visto un ministro che sa far fronte all’emergenza dei profughi semplicemente rispondendo con un padano: Fora di ball? Dove si sono mai visti parlamentari della Repubblica che non partecipano ai festeggiamenti per i 150 dell’Unità d’Italia perché si dichiarano padani, così saldamente radicati alla vituperata Roma ladrona, ai loro scranni, e ai loro lauti stipendi, ahinoi pagati dagli italiani. Dove si sono mai visti parlamentari autodefinitisi responsabili (ironicamente?) che scivolano viscidamente da uno schieramento all’altro? E ancora non avevamo visto tutto! Dove si è mai visto un onorevole che si permette di rivolgere irripetibili insulti alla deputata Ileana Argentin, persona con disabilità. Quel parlamentare si è poi subito rivelato per quello che è… scivolando dietro un muro di omertà. Si può essere orgogliosi di simili rappresentanti???
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venerdì 25 marzo 2011
Proseguendo con alcune considerazioni
Viviamo in un paese dove accadono le cose più incredibili e la realtà riesce sempre a superare l’immaginazione. In quale stato democratico si è mai visto che un pluri-imputato, innocente fino ad un’eventuale sentenza di condanna, voglia attuare una riforma epocale della giustizia? Epocale: aggettivo non usato nell’accezione d’inizio di una nuova epoca, bensì, si può dedurre, con l’improprio significato di proposta irrazionale visto che lo stesso premier sui media ha dichiarato che tutte le persone con la testa sulle spalle gli hanno sconsigliato di presentare la riforma della giustizia in questo particolare momento. Ma lui che si è definito “…coraggioso, temerario, forse anche un po’ eroico e matto” ha detto “Variamo subito questa importante riforma”. In quale paese democratico si è mai vista la seconda carica dello Stato attaccare e insultare i giudici sostenendo che le “toghe rosse” ce l’hanno con lui e che sono un cancro da estirpare? Che serva una riforma della giustizia è fuori discussione, ma cui prodest farne una priorità con tutti i gravi e irrisolti problemi dovuti a crisi e malgoverno? Per tutelare gli interessi di tutti i cittadini, i magistrati vanno messi nella condizione di lavorare serenamente e con mezzi adeguati senza trovarsi con l’acqua alla gola o sottoposti alle pressioni di chicchessia. Il premier vuole introdurre la responsabilità civile per i giudici, ma perché non la introduce anche per i politici che si ritengono al di sopra della Legge. In quale paese capita che due emissari, di cui non si conosce il mandante, e un interprete vadano in missione in una piccola cittadina del Marocco per corrompere un’impiegata dell’anagrafe affinchè falsifichi la data di nascita della “nipote di Mubarack”? E che lezione di dignità da quella anonima impiegata marocchina che ha rifiutato una somma importante! Altro esempio viene dalla Germania dove il ministro Guttenberg si è dimesso per aver scopiazzato una tesi di dottorato! Cose impensabili per tanti politici nostrani. Purtroppo in Italia la corruzione e il malcostume sono da tempo entrati a far parte del DNA di molti politici e affaristi, così saldamente abbarbicati alla loro lucrosa poltrona da diventare inamovibili. La storia insegna che anche in passato ci furono scandali importanti come quello della Banca Romana che travolse il governo Giolitti nel 1892. Il tormentone che ne nacque per l’intreccio tra affari e politica vide coinvolti un gran numero di parlamentari. Giolitti, a indagini concluse rientrò dalla Germania e dopo qualche anno riuscì a tornare al governo per restarci un decennio. Un filo conduttore dalle radici antiche lega quegli eventi a tangentopoli e agli scandali più recenti. Un ministro che pochi mesi fa si è dimesso perché non si era accorto che gli avevano comprato, a sua insaputa, una casa con vista Colosseo proprio in questi giorni sta scalpitando per tornare in corsa. E la cosa più incredibile è che pare abbia un suo seguito! La politica adottata dal governo è stata quella dei tagli indiscriminati e, ovviamente, non si è rivelata la soluzione dei tanti problemi che ci attanagliano, ma ha mandato in sofferenza le categorie più deboli, salvaguardando gli interessi di pochi. Per la ricerca non sono stanziati fondi sufficienti e i nostri bravi ricercatori sono costretti a migrare all’estero o a vivere da precari con stipendi molto bassi, la scuola pubblica, palestra delle future generazioni, è in sofferenza, l’industria non riparte, cresce la disoccupazione, specie quella giovanile, e aumenta il debito pubblico. Nonostante gli scandali di ogni tipo e lo sperpero di denaro pubblico, di cui nessuno risponde (alla faccia della responsabilità civile), ad ogni finanziaria non c’è il minimo pudore nel chiedere sacrifici sempre alle stesse categorie e ad aumentare le tasse, invece di calarle come promesso in campagna elettorale. Si sono mai chiesti i nostri politici perché la gente scenda in piazza così numerosa per difendere diritti sanciti dalla Costituzione, come l’istruzione, il lavoro, la salute, la giustizia, la dignità e la libertà? Facciano i nostri politici un bell’esame di coscienza, se mai ne abbiano una, e una bella riflessione sul perché si accresce sempre più il partito del non voto!
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lunedì 28 febbraio 2011
un baciamano inopportuno
Questa lettera è stata pubblicata il giorno 08/marzo/2011 nella rubrica per Posta e per E-mail del Messaggero Veneto col titolo: "Italia-Libia. Reverenza e dintorni"
Potrebbe sembrare paradossale che, alla luce dei recenti tragici eventi che investono il Maghreb, si possa disquisire su un argomento superficiale e di bon ton come il significato della parola baciamano. Da cittadino italiano rimasi allibito e disgustato quando vidi il presidente del Consiglio fare il baciamano al leader libico Gheddafi. Mi sono chiesto quali motivazioni potessero stare alla base di un simile atto di sottomissione da parte di un premier di uno stato sovrano. Abbassarsi pubblicamente a tanto nei confronti di un dittatore che non rispetta i diritti umani e addirittura stipulare con lui un trattato di amicizia, ci hanno esposto al ridicolo in tutto il mondo. Dato che le parole hanno un significato preciso e la lingua italiana è un collante per il nostro popolo, ho consultato lo Zanichelli per cercare l’esatta definizione della parola baciamano: atto del baciare la mano in segno di rispetto, riverenza o galanteria. Escluderei subito la galanteria, alla luce di quanto riportato dai media a proposito di bunga-bunga, di bellezze minorenni e di uno stagionato machismo esibito con patologica ossessione. Se l’atto esprimeva rispetto, mi chiedo per chi e per che cosa? Sarà per un dittatore che assolda mercenari sanguinari per sparare sul suo popolo e giustiziare i soldati perché si rifiutano di colpire la propria gente? O forse per un capo di stato che ribadisce ad ogni piè sospinto di aver sconfitto il colonialismo italiano, costretto l’Italia a pagare gli indennizzi e che ha avuto la sfrontatezza di presentarsi in visita ufficiale nel nostro paese con una fotografia del periodo coloniale italiano appuntata sul petto, come fosse una medaglia? La nostra economia si basa sul petrolio, per cui è chiaro che i governanti debbano mantenere buoni rapporti e incentivare gli scambi economici con i paesi che possiedono i giacimenti, ma per questo non si deve calpestare la dignità dell’Italia che anzi va sempre preservata. Come interpretare il silenzio assordante del nostro governo di fronte ad un tale genocidio o la non disponibilità del presidente del Consiglio a telefonare all’amico Gheddafi “per non disturbarlo”? In questa disamina non resta che l’atto di riverenza per spiegare quel baciamano! Ma cos’è la riverenza? Lo Zanichelli precisa che si tratta di profondo rispetto, talvolta accompagnato da soggezione. Un simile trattamento lo si potrà riservare al papa, non di certo a uno spietato e folle dittatore che arringa i suoi ultimi fedelissimi con frasi deliranti tipo “Armatevi! Scatenate l’inferno… Chi non mi ama non merita la vita…”. In questa drammatica situazione emerge la vera preoccupazione dei parlamentari leghisti: il tanto paventato esodo biblico delle popolazioni del Nord Africa verso il paese del ben godi. Bossi, di fronte ad un dramma umano di tale portata, non trova di meglio che dire frasi tipo: “Li manderemo in Germania!” con l’effetto di alimentare la paura della gente. A 150 anni dai moti rivoluzionari che hanno portato all’Unità d’Italia, che festeggeremo nonostante l’ostracismo di alcuni ministri, sorge spontaneo un parallelismo con gli attuali moti rivoluzionari del Nord Africa. Io che mi sento molto italiano, di fronte agli eventi epocali che stanno cambiando lo scacchiere geo-politico mediterraneo, mi sento disgustato e non rappresentato da governanti che tacciono di fronte a tanto orrore e che non annullano subito il trattato di amicizia con Gheddafi. Queste rivoluzioni popolari diffusesi a macchia d’olio, si sono rivelate inarrestabili perché nate dalla voglia di libertà e di futuro delle giovani generazioni che hanno trovato nel web un formidabile mezzo di comunicazione e aggregazione. Colpisce come un pugno nello stomaco il paragone tra gli ideali di quei giovani rivoluzionari e l’inesistenza degli stessi in tanti parlamentari nostrani che, sfacciatamente e vergognosamente, passano da uno schieramento politico all’altro, in barba a chi li ha eletti. Nel Nord Africa i popoli lottano per far nascere quella democrazia che da noi alcuni tentano di far scomparire!
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Potrebbe sembrare paradossale che, alla luce dei recenti tragici eventi che investono il Maghreb, si possa disquisire su un argomento superficiale e di bon ton come il significato della parola baciamano. Da cittadino italiano rimasi allibito e disgustato quando vidi il presidente del Consiglio fare il baciamano al leader libico Gheddafi. Mi sono chiesto quali motivazioni potessero stare alla base di un simile atto di sottomissione da parte di un premier di uno stato sovrano. Abbassarsi pubblicamente a tanto nei confronti di un dittatore che non rispetta i diritti umani e addirittura stipulare con lui un trattato di amicizia, ci hanno esposto al ridicolo in tutto il mondo. Dato che le parole hanno un significato preciso e la lingua italiana è un collante per il nostro popolo, ho consultato lo Zanichelli per cercare l’esatta definizione della parola baciamano: atto del baciare la mano in segno di rispetto, riverenza o galanteria. Escluderei subito la galanteria, alla luce di quanto riportato dai media a proposito di bunga-bunga, di bellezze minorenni e di uno stagionato machismo esibito con patologica ossessione. Se l’atto esprimeva rispetto, mi chiedo per chi e per che cosa? Sarà per un dittatore che assolda mercenari sanguinari per sparare sul suo popolo e giustiziare i soldati perché si rifiutano di colpire la propria gente? O forse per un capo di stato che ribadisce ad ogni piè sospinto di aver sconfitto il colonialismo italiano, costretto l’Italia a pagare gli indennizzi e che ha avuto la sfrontatezza di presentarsi in visita ufficiale nel nostro paese con una fotografia del periodo coloniale italiano appuntata sul petto, come fosse una medaglia? La nostra economia si basa sul petrolio, per cui è chiaro che i governanti debbano mantenere buoni rapporti e incentivare gli scambi economici con i paesi che possiedono i giacimenti, ma per questo non si deve calpestare la dignità dell’Italia che anzi va sempre preservata. Come interpretare il silenzio assordante del nostro governo di fronte ad un tale genocidio o la non disponibilità del presidente del Consiglio a telefonare all’amico Gheddafi “per non disturbarlo”? In questa disamina non resta che l’atto di riverenza per spiegare quel baciamano! Ma cos’è la riverenza? Lo Zanichelli precisa che si tratta di profondo rispetto, talvolta accompagnato da soggezione. Un simile trattamento lo si potrà riservare al papa, non di certo a uno spietato e folle dittatore che arringa i suoi ultimi fedelissimi con frasi deliranti tipo “Armatevi! Scatenate l’inferno… Chi non mi ama non merita la vita…”. In questa drammatica situazione emerge la vera preoccupazione dei parlamentari leghisti: il tanto paventato esodo biblico delle popolazioni del Nord Africa verso il paese del ben godi. Bossi, di fronte ad un dramma umano di tale portata, non trova di meglio che dire frasi tipo: “Li manderemo in Germania!” con l’effetto di alimentare la paura della gente. A 150 anni dai moti rivoluzionari che hanno portato all’Unità d’Italia, che festeggeremo nonostante l’ostracismo di alcuni ministri, sorge spontaneo un parallelismo con gli attuali moti rivoluzionari del Nord Africa. Io che mi sento molto italiano, di fronte agli eventi epocali che stanno cambiando lo scacchiere geo-politico mediterraneo, mi sento disgustato e non rappresentato da governanti che tacciono di fronte a tanto orrore e che non annullano subito il trattato di amicizia con Gheddafi. Queste rivoluzioni popolari diffusesi a macchia d’olio, si sono rivelate inarrestabili perché nate dalla voglia di libertà e di futuro delle giovani generazioni che hanno trovato nel web un formidabile mezzo di comunicazione e aggregazione. Colpisce come un pugno nello stomaco il paragone tra gli ideali di quei giovani rivoluzionari e l’inesistenza degli stessi in tanti parlamentari nostrani che, sfacciatamente e vergognosamente, passano da uno schieramento politico all’altro, in barba a chi li ha eletti. Nel Nord Africa i popoli lottano per far nascere quella democrazia che da noi alcuni tentano di far scomparire!
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domenica 16 gennaio 2011
Un movimento d'indignazione
Questa lettera è stata pubblicata nella rubrica "Per posta e per E-mail" del Messaggero Veneto il giorno 26 gennaio 2011
“Indignez-vous” è il titolo di un libretto di 30 pagine, 5 ristampe e 500.000 copie vendute in Francia in tre mesi. L’autore Stéfan Hensel, 93 anni, ex diplomatico, partecipò alla lotta partigiana e fu internato in un campo di concentramento. Raccontando gli ideali che lo portarono a combattere il nazismo, ha creato un grande movimento d’indignazione, specie tra i giovani, nei confronti dell’attuale classe politica francese. Anche in Italia i giovani protestano per la precarietà dello studio, del lavoro e perché una classe politica ha rubato loro i sogni. In questa situazione così critica e delicata non si può non indignarsi di fronte ai reiterati tentativi di capovolgere un fondamento della Costituzione: la legge è uguale per tutti. Dopo i vari lodi salva-premier, si è molto parlato del legittimo impedimento e ora della decisione della Corte Costituzionale. Nonostante le minacce, il provvedimento è stato considerato parzialmente incostituzionale e si è ribadito che nessuno è al di sopra della legge. Sarò un’idealista, ma se io, comune cittadino, fossi innocente non avrei il minimo dubbio a percorrere tutte le vie legali per scrollarmi di dosso ogni dubbio e uscirne a testa alta. M’indigna chi fa di tutto per non far luce sulla verità, ciò rappresenta un’implicita ammissione di colpevolezza, ancora più rimarchevole se lo fa chi ricopre un’alta carica istituzionale, rappresentativa del popolo. La stampa internazionale riporta casi di politici processati. In Israele, il presidente Moshe Katzav e il premier Olmert si sono dimessi e hanno affrontato il processo come comuni cittadini. Il primo è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali nei confronti di alcune sue segretarie, il secondo di finanziamenti illeciti. In Inghilterra due deputati inquisiti per reati, minori rispetto a quelli che ormai siamo abituati a leggere sui nostri media, sono stati cacciati dal loro partito e sottoposti a giustizia ordinaria. Come chiunque! Si tratta anche di una questione di credibilità e serietà politica. Come si fa a non indignarsi nel sentire il premier affermare che la magistratura è il cancro della democrazia o di fronte alle levate di scudi della casta in difesa di qualche suo membro indagato? E’proprio vero il modo di dire cane non mangia cane! La parola etica ha subito uno svuotamento sostanziale nel suo significato. Il rispetto di chi ti ha votato, la fedeltà al mandato, l’appartenenza ad uno schieramento sono diventati valori quantificabili in denaro o in favori. Un vero e proprio mercato! Non c’è quindi da meravigliarsi che siano state messe in lista persone pur in presenza di informative degli organi istituzionali competenti che segnalavano la loro non idoneità a ricoprire incarichi pubblici. D’altronde, attualmente in Italia le uniche carriere dove non si risente della crisi sono quelle dei calciatori e dei politici. Molti sono i politici con plurimi incarichi e compensi spesso esagerati, in barba a leggi e regolamenti, ma pochi, si fa per dire, quelli disposti a rinunciare a parte delle laute prebende percepite nonostante il tasso di disoccupazione dei giovani sia salito al 29% e il debito pubblico al 102% del Pil con il costo della vita schizzato alle stelle. Come si fa a non indignarsi di fronte ai proclami del premier sul ponte dello Stretto di Messina. A cosa serve un’opera faraonica se le strade per arrivarci sono a dir poco inadeguate? Come si fa a sprecare i soldi pubblici in cattedrali nel deserto e non occuparsi del molti tarli che corrodono l’Italia come, per esempio, il dissesto idrogeologico? A ogni pioggia un po’ più violenta crolla un pezzo d’Italia o qualche bellezza artistica. Il nostro è il paese più bello del mondo per storia, cultura e arte che andrebbero meglio tutelate per incentivare il turismo, importante risorsa economica. De Andrè in una sua canzone diceva: …e il tipo strano, quello che ha venduto per tre mila lire sua madre ad un nano…, frase che sembra adattarsi a certi politici più intenti a conservare la poltrona, pur calpestando democrazia, fiducia degli elettori, morale, oppositori, leggi e Costituzione, che non a tutelare il bene pubblico e, per far ciò, sono proprio disposti a tutto.
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“Indignez-vous” è il titolo di un libretto di 30 pagine, 5 ristampe e 500.000 copie vendute in Francia in tre mesi. L’autore Stéfan Hensel, 93 anni, ex diplomatico, partecipò alla lotta partigiana e fu internato in un campo di concentramento. Raccontando gli ideali che lo portarono a combattere il nazismo, ha creato un grande movimento d’indignazione, specie tra i giovani, nei confronti dell’attuale classe politica francese. Anche in Italia i giovani protestano per la precarietà dello studio, del lavoro e perché una classe politica ha rubato loro i sogni. In questa situazione così critica e delicata non si può non indignarsi di fronte ai reiterati tentativi di capovolgere un fondamento della Costituzione: la legge è uguale per tutti. Dopo i vari lodi salva-premier, si è molto parlato del legittimo impedimento e ora della decisione della Corte Costituzionale. Nonostante le minacce, il provvedimento è stato considerato parzialmente incostituzionale e si è ribadito che nessuno è al di sopra della legge. Sarò un’idealista, ma se io, comune cittadino, fossi innocente non avrei il minimo dubbio a percorrere tutte le vie legali per scrollarmi di dosso ogni dubbio e uscirne a testa alta. M’indigna chi fa di tutto per non far luce sulla verità, ciò rappresenta un’implicita ammissione di colpevolezza, ancora più rimarchevole se lo fa chi ricopre un’alta carica istituzionale, rappresentativa del popolo. La stampa internazionale riporta casi di politici processati. In Israele, il presidente Moshe Katzav e il premier Olmert si sono dimessi e hanno affrontato il processo come comuni cittadini. Il primo è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali nei confronti di alcune sue segretarie, il secondo di finanziamenti illeciti. In Inghilterra due deputati inquisiti per reati, minori rispetto a quelli che ormai siamo abituati a leggere sui nostri media, sono stati cacciati dal loro partito e sottoposti a giustizia ordinaria. Come chiunque! Si tratta anche di una questione di credibilità e serietà politica. Come si fa a non indignarsi nel sentire il premier affermare che la magistratura è il cancro della democrazia o di fronte alle levate di scudi della casta in difesa di qualche suo membro indagato? E’proprio vero il modo di dire cane non mangia cane! La parola etica ha subito uno svuotamento sostanziale nel suo significato. Il rispetto di chi ti ha votato, la fedeltà al mandato, l’appartenenza ad uno schieramento sono diventati valori quantificabili in denaro o in favori. Un vero e proprio mercato! Non c’è quindi da meravigliarsi che siano state messe in lista persone pur in presenza di informative degli organi istituzionali competenti che segnalavano la loro non idoneità a ricoprire incarichi pubblici. D’altronde, attualmente in Italia le uniche carriere dove non si risente della crisi sono quelle dei calciatori e dei politici. Molti sono i politici con plurimi incarichi e compensi spesso esagerati, in barba a leggi e regolamenti, ma pochi, si fa per dire, quelli disposti a rinunciare a parte delle laute prebende percepite nonostante il tasso di disoccupazione dei giovani sia salito al 29% e il debito pubblico al 102% del Pil con il costo della vita schizzato alle stelle. Come si fa a non indignarsi di fronte ai proclami del premier sul ponte dello Stretto di Messina. A cosa serve un’opera faraonica se le strade per arrivarci sono a dir poco inadeguate? Come si fa a sprecare i soldi pubblici in cattedrali nel deserto e non occuparsi del molti tarli che corrodono l’Italia come, per esempio, il dissesto idrogeologico? A ogni pioggia un po’ più violenta crolla un pezzo d’Italia o qualche bellezza artistica. Il nostro è il paese più bello del mondo per storia, cultura e arte che andrebbero meglio tutelate per incentivare il turismo, importante risorsa economica. De Andrè in una sua canzone diceva: …e il tipo strano, quello che ha venduto per tre mila lire sua madre ad un nano…, frase che sembra adattarsi a certi politici più intenti a conservare la poltrona, pur calpestando democrazia, fiducia degli elettori, morale, oppositori, leggi e Costituzione, che non a tutelare il bene pubblico e, per far ciò, sono proprio disposti a tutto.
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lunedì 25 ottobre 2010
Fare attenzione non alla malattia.Considerazioni sulle dichiarazioni del Presidente della Provincia di Udine
Questa lettera è stata pubblicata nella rubrica "per posta e per E mail" del Messaggero Veneto il 1 novembre 2010.
Leggere sul Messaggero Veneto del 23 ottobre “Fontanini: classi separate per i disabili”, mi ha lasciato senza parole. L’unico aspetto positivo di quelle dichiarazioni, come ha rilevato il governatore Tondo, è di aver sollevato con prepotenza un problema reale. Quest’episodio mi ha stimolato alcune riflessioni, memore anche delle passate e presenti battaglie che io e mia moglie ci vediamo costretti a combattere da sempre per far rispettare i diritti di nostro figlio, giovane uomo con disabilità. Spesso i politici, gli amministratori, ma anche diversi “addetti ai lavori”, non centrano l’attenzione sulla Persona, anzi tendono ad identificarla con la sua malattia, problema o anomalia genetica. Credo proprio che i punti nodali della questione siano il rispetto per la persona e la sua dignità e la tutela dei diritti. E’ opportuno sostenere un cambiamento culturale indirizzato, appunto, verso la tutela dei diritti e la promozione della qualità della vita e non in senso risarcitorio, ormai superato, in teoria, anche dalle leggi vigenti, dalla Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità, ecc., che mirano all’inclusione sociale scolastica e lavorativa delle persone con disabilità, e di certo non alla loro ghettizzazione come proposto dal Presidente della Provincia di Udine. Per ritornare al tema della scuola, vorrei soffermarmi sull’argomento “insegnante di sostegno”. Certo è quanto mai opportuno che sia specializzato, ma io credo che non sia sufficiente. Mi spiego meglio utilizzando uno slogan dell’Anffas di cui sono socio. Per svolgere bene il suo compito un insegnante, e non mi riferisco solo a quelli di sostegno, deve saper integrare “il cuore e la ragione”: la ragione è rappresentata dalla competenza tecnica, il cuore dalla motivazione, dalla sensibilità, dalla capacità relazionale, dalla disponibilità all’ascolto e dalla creatività. Non dimentichiamo che, contrariamente a quanto spesso avviene, il ruolo dell’insegnante di sostegno non è quello di prendersi l’alunno con disabilità e lavorare con lui fuori dall’aula, ma piuttosto quello di mediatore e di appoggio per l’intera classe, magari operando in piccoli gruppi. Daniela Beltrame, dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, ha detto che in Friuli Venezia Giulia, gli insegnanti di sostegno nell’anno in corso, sono stati incrementati di 18 unità, e che è necessario costruire una rete tra tutti gli attori che orbitano attorno allo/a studente con disabilità (servizio sanitario, scuola, enti locali, famiglie, ecc) per armonizzare le competenze e trovare le risposte concrete ai bisogni individuali. Di contro però, con la riforma Gelmini, sono diminuiti gli insegnanti curricolari e il personale Ata, e sono aumentati gli alunni per classe, parallelamente alle difficoltà di apprendimento e sociali e alle diversità culturali. Tutto ciò rende molto più complesso il lavoro formativo ed educativo che nella scuola, per definizione, si dovrebbe svolgere. I primi a soffrire di questa situazione sono gli allievi con disabilità, ma ne risentono tutti i bambini e ragazzi che si vedono sfumare tra i banchi il sacrosanto diritto all’istruzione e ad usufruire dell’opportunità, assai formativa se ben accompagnata, di confrontarsi con coetanei con disabilità e varie diversità. E’ ormai universalmente riconosciuto che la disabilità si esprime in maniera diversa in base alle interazioni che la persona disabile ha con gli altri e l’ambiente in cui vive. Il che si traduce in: più elementi sfavorevoli, maggiore gravità nell’espressione della disabilità. E’ responsabilità di ognuno ridurre i fattori disabilitanti nei contesti di vita e non c’è dubbio che l’isolamento sia uno di questi. Il prof. Fontanini, prima come insegnante poi come Presidente della Provincia, dovrebbe più di altri conoscere e praticare questi concetti basilari del vivere civile. Dobbiamo essere orgogliosi di far parte di uno stato che ha abolito le classi speciali dal 1977, anche se a Udine sono sopravvissute nella pratica fino ai primi anni del 2000. Su questo baluardo, faticosamente conquistato, che ci colloca tra i paesi civili culturalmente progrediti, tornare indietro sarebbe intollerabile.
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Leggere sul Messaggero Veneto del 23 ottobre “Fontanini: classi separate per i disabili”, mi ha lasciato senza parole. L’unico aspetto positivo di quelle dichiarazioni, come ha rilevato il governatore Tondo, è di aver sollevato con prepotenza un problema reale. Quest’episodio mi ha stimolato alcune riflessioni, memore anche delle passate e presenti battaglie che io e mia moglie ci vediamo costretti a combattere da sempre per far rispettare i diritti di nostro figlio, giovane uomo con disabilità. Spesso i politici, gli amministratori, ma anche diversi “addetti ai lavori”, non centrano l’attenzione sulla Persona, anzi tendono ad identificarla con la sua malattia, problema o anomalia genetica. Credo proprio che i punti nodali della questione siano il rispetto per la persona e la sua dignità e la tutela dei diritti. E’ opportuno sostenere un cambiamento culturale indirizzato, appunto, verso la tutela dei diritti e la promozione della qualità della vita e non in senso risarcitorio, ormai superato, in teoria, anche dalle leggi vigenti, dalla Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità, ecc., che mirano all’inclusione sociale scolastica e lavorativa delle persone con disabilità, e di certo non alla loro ghettizzazione come proposto dal Presidente della Provincia di Udine. Per ritornare al tema della scuola, vorrei soffermarmi sull’argomento “insegnante di sostegno”. Certo è quanto mai opportuno che sia specializzato, ma io credo che non sia sufficiente. Mi spiego meglio utilizzando uno slogan dell’Anffas di cui sono socio. Per svolgere bene il suo compito un insegnante, e non mi riferisco solo a quelli di sostegno, deve saper integrare “il cuore e la ragione”: la ragione è rappresentata dalla competenza tecnica, il cuore dalla motivazione, dalla sensibilità, dalla capacità relazionale, dalla disponibilità all’ascolto e dalla creatività. Non dimentichiamo che, contrariamente a quanto spesso avviene, il ruolo dell’insegnante di sostegno non è quello di prendersi l’alunno con disabilità e lavorare con lui fuori dall’aula, ma piuttosto quello di mediatore e di appoggio per l’intera classe, magari operando in piccoli gruppi. Daniela Beltrame, dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, ha detto che in Friuli Venezia Giulia, gli insegnanti di sostegno nell’anno in corso, sono stati incrementati di 18 unità, e che è necessario costruire una rete tra tutti gli attori che orbitano attorno allo/a studente con disabilità (servizio sanitario, scuola, enti locali, famiglie, ecc) per armonizzare le competenze e trovare le risposte concrete ai bisogni individuali. Di contro però, con la riforma Gelmini, sono diminuiti gli insegnanti curricolari e il personale Ata, e sono aumentati gli alunni per classe, parallelamente alle difficoltà di apprendimento e sociali e alle diversità culturali. Tutto ciò rende molto più complesso il lavoro formativo ed educativo che nella scuola, per definizione, si dovrebbe svolgere. I primi a soffrire di questa situazione sono gli allievi con disabilità, ma ne risentono tutti i bambini e ragazzi che si vedono sfumare tra i banchi il sacrosanto diritto all’istruzione e ad usufruire dell’opportunità, assai formativa se ben accompagnata, di confrontarsi con coetanei con disabilità e varie diversità. E’ ormai universalmente riconosciuto che la disabilità si esprime in maniera diversa in base alle interazioni che la persona disabile ha con gli altri e l’ambiente in cui vive. Il che si traduce in: più elementi sfavorevoli, maggiore gravità nell’espressione della disabilità. E’ responsabilità di ognuno ridurre i fattori disabilitanti nei contesti di vita e non c’è dubbio che l’isolamento sia uno di questi. Il prof. Fontanini, prima come insegnante poi come Presidente della Provincia, dovrebbe più di altri conoscere e praticare questi concetti basilari del vivere civile. Dobbiamo essere orgogliosi di far parte di uno stato che ha abolito le classi speciali dal 1977, anche se a Udine sono sopravvissute nella pratica fino ai primi anni del 2000. Su questo baluardo, faticosamente conquistato, che ci colloca tra i paesi civili culturalmente progrediti, tornare indietro sarebbe intollerabile.
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giovedì 7 ottobre 2010
Barconi. Dai giochi alla realtà.
Questa lettera è stata pubblicata nella rubrica per Posta e per E-Mail del Messaggero Veneto il 15 ottobre 2010.
La connettività di internet rappresenta un’eccezionale opportunità per ampliare i contatti, le conoscenze e gli scambi a distanza tra le persone ma, a fronte di tali vantaggi, ci abitua ad una realtà virtuale che può riservare brutte sorprese. Più volte abbiamo amaramente constatato come la realtà quotidiana non sia ciò che il web ci rappresenta. Ciò nonostante non avrei mai pensato che da un gioco virtuale, che circolava sul sito della Lega in cui i giocatori guadagnavano punti a seconda di quanti barconi d’immigrati riuscivano ad affondare, si potesse arrivare alla cruda realtà del mitragliamento, da parte dei libici, di un peschereccio italiano che si trovava in acque internazionali. Dopo un iniziale assordante silenzio istituzionale su quell’aggressione, sono comparse le allucinanti dichiarazioni di alcuni esponenti del governo. Secondo quanto si è appreso dai pochi media che hanno riportato la notizia, Il ministro Maroni avrebbe detto: “Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave con clandestini”. Ha dell’incredibile che un ministro del governo faccia simili affermazioni. Non si tratta di uccelli migratori con i quali fare il tiro al bersaglio, come ha esternato l’on. Di Pietro. Chiara e decisa la denuncia del vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero: “Assistiamo a una vera e propria inerzia del governo. Noi siamo preoccupati per la facilità con cui si mette mano alle armi e si attenta alla vita delle persone”. E’ acclarato che i libici non brillano quanto a rispetto dei diritti umani e lo hanno dimostrato in più occasioni, però anche il nostro governo non fa una bella figura a firmare l’accordo sul respingimento dei migranti. Nel 2007 il ministro degli interni Giuliano Amato ha fornito ai libici sei motovedette, come quella da cui si è aperto il fuoco contro il peschereccio, sulle quali si trovano tuttora militari italiani in veste d’istruttori, allo scopo di effettuare il pattugliamento marittimo, la ricerca e anche il salvataggio dei migranti. Nel 2009 il ministro Maroni ha regalato definitivamente le imbarcazioni ai libici. Tutto questo accadeva a pochi giorni di distanza dallo show circense in occasione dell’arrivo a Roma del colonnello Gheddafi con al seguito cavalli berberi, amazzoni e altre amenità. Il nostro presidente del consiglio, pur di concludere accordi economici, si è prestato a supportare queste buffonate dimostrando anche una certa sudditanza nei confronti di quel folcloristico ràs che non avrebbe trovato una simile accoglienza in nessun altro paese democratico. Non dimentichiamo che alcuni anni or sono dalla Libia erano partiti due missili diretti a Lampedusa e che sono frequenti i sequestri di nostri pescherecci in acque internazionali. Il colonnello Gheddafi ha, unilateralmente allargato il limite di sette miglia per le acque territoriali a tutto il Golfo della Sirte, infischiandosene delle convenzioni internazionali. Da Gheddafi, che ha un potere assoluto nel suo paese, ci si può aspettare di tutto ma dal governo di un paese democratico ci si aspetterebbe chiarezza negli accordi internazionali e garanzie di non aggressione per chiunque. Purtroppo ci si rende conto che il primum movens di ogni azione è il diosoldo, in nome del quale chi ci governa pensa di poter calpestare tutto solo perché dalla Libia arrivano in Italia commesse per alcune industrie, ingenti capitali investiti in colossi bancari, in squadre sportive, ecc. Nel 1912 erano gli italiani a sbarcare militarmente sul territorio libico per conquistarlo, ora, quasi come una nemesi storica, sono loro a insinuarsi coi petroldollari nel nostro sistema economico-produttivo. Siamo a questo punto perché i politici italiani non si sono dimostrati lungimiranti nell’approntare un piano di ricerca e d’investimenti sulle energie alternative, perpetuando la sudditanza verso i paesi produttori di petrolio. C’è da augurarsi che, in un insperato rigurgito d’orgoglio nazionale, emerga, tra chi ci rappresenta, qualcuno che trovi la spinta per dire basta a tutte queste sottomissioni e pagliacciate!
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La connettività di internet rappresenta un’eccezionale opportunità per ampliare i contatti, le conoscenze e gli scambi a distanza tra le persone ma, a fronte di tali vantaggi, ci abitua ad una realtà virtuale che può riservare brutte sorprese. Più volte abbiamo amaramente constatato come la realtà quotidiana non sia ciò che il web ci rappresenta. Ciò nonostante non avrei mai pensato che da un gioco virtuale, che circolava sul sito della Lega in cui i giocatori guadagnavano punti a seconda di quanti barconi d’immigrati riuscivano ad affondare, si potesse arrivare alla cruda realtà del mitragliamento, da parte dei libici, di un peschereccio italiano che si trovava in acque internazionali. Dopo un iniziale assordante silenzio istituzionale su quell’aggressione, sono comparse le allucinanti dichiarazioni di alcuni esponenti del governo. Secondo quanto si è appreso dai pochi media che hanno riportato la notizia, Il ministro Maroni avrebbe detto: “Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave con clandestini”. Ha dell’incredibile che un ministro del governo faccia simili affermazioni. Non si tratta di uccelli migratori con i quali fare il tiro al bersaglio, come ha esternato l’on. Di Pietro. Chiara e decisa la denuncia del vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero: “Assistiamo a una vera e propria inerzia del governo. Noi siamo preoccupati per la facilità con cui si mette mano alle armi e si attenta alla vita delle persone”. E’ acclarato che i libici non brillano quanto a rispetto dei diritti umani e lo hanno dimostrato in più occasioni, però anche il nostro governo non fa una bella figura a firmare l’accordo sul respingimento dei migranti. Nel 2007 il ministro degli interni Giuliano Amato ha fornito ai libici sei motovedette, come quella da cui si è aperto il fuoco contro il peschereccio, sulle quali si trovano tuttora militari italiani in veste d’istruttori, allo scopo di effettuare il pattugliamento marittimo, la ricerca e anche il salvataggio dei migranti. Nel 2009 il ministro Maroni ha regalato definitivamente le imbarcazioni ai libici. Tutto questo accadeva a pochi giorni di distanza dallo show circense in occasione dell’arrivo a Roma del colonnello Gheddafi con al seguito cavalli berberi, amazzoni e altre amenità. Il nostro presidente del consiglio, pur di concludere accordi economici, si è prestato a supportare queste buffonate dimostrando anche una certa sudditanza nei confronti di quel folcloristico ràs che non avrebbe trovato una simile accoglienza in nessun altro paese democratico. Non dimentichiamo che alcuni anni or sono dalla Libia erano partiti due missili diretti a Lampedusa e che sono frequenti i sequestri di nostri pescherecci in acque internazionali. Il colonnello Gheddafi ha, unilateralmente allargato il limite di sette miglia per le acque territoriali a tutto il Golfo della Sirte, infischiandosene delle convenzioni internazionali. Da Gheddafi, che ha un potere assoluto nel suo paese, ci si può aspettare di tutto ma dal governo di un paese democratico ci si aspetterebbe chiarezza negli accordi internazionali e garanzie di non aggressione per chiunque. Purtroppo ci si rende conto che il primum movens di ogni azione è il diosoldo, in nome del quale chi ci governa pensa di poter calpestare tutto solo perché dalla Libia arrivano in Italia commesse per alcune industrie, ingenti capitali investiti in colossi bancari, in squadre sportive, ecc. Nel 1912 erano gli italiani a sbarcare militarmente sul territorio libico per conquistarlo, ora, quasi come una nemesi storica, sono loro a insinuarsi coi petroldollari nel nostro sistema economico-produttivo. Siamo a questo punto perché i politici italiani non si sono dimostrati lungimiranti nell’approntare un piano di ricerca e d’investimenti sulle energie alternative, perpetuando la sudditanza verso i paesi produttori di petrolio. C’è da augurarsi che, in un insperato rigurgito d’orgoglio nazionale, emerga, tra chi ci rappresenta, qualcuno che trovi la spinta per dire basta a tutte queste sottomissioni e pagliacciate!
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sabato 21 agosto 2010
La rupe Tarpea del Welfare
Questa lettera sul tema delle pensioni ai falsi invalidi, ma soprattutto a quelli veri, è stata pubblicata nella rubrica "Per posta e per E-mail" del Messaggero Veneto in data 01/09/2010.
Recentemente abbiamo letto e ascoltato innumerevoli proclami di esponenti del governo sul problema dei falsi invalidi. E’ una campagna sacrosanta che smuove l’indignazione della coscienza collettiva verso chi si approfitta delle disgrazie altrui che va perseguito in tutti i modi possibili e immaginabili, come pure chi gli ha concesso quell’inappropriato e usurpato beneficio. Secondo me però si tratta di un paravento che nasconde una volontà ben peggiore di quella che cercano di evidenziare con tanta enfasi. E’ inaccettabile ascoltare le parole che il ministro Tremonti ha pronunciato verso la fine di maggio …due milioni e settecentomila invalidi pone la questione se un paese così può essere ancora competitivo. Il senso del discorso è molto chiaro e non si presta a molte interpretazioni: gli invalidi per il nostro governo sono un peso. I nostri governanti si mostrano attenti a predisporre scudi fiscali e condoni, che in sostanza aiutano a vivere alla grande chi ha frodato lo stato accumulando capitali ed esportandoli all’estero, a proteggere chi ha costruito abusivamente imperi economici e a salvaguardare gli interessi di cricche di amici. Meno si occupano di chi sopravvive con pensioni spesso da fame e in particolare con quelle d’invalidità che ammontano a ben 267 euro, per 13 mensilità. Manca veramente poco alla caduta nel baratro di questa novella rupe Tarpea del Welfare. A sentire il ministro dell’economia le spese per questo settore sono altissime e rappresentano un ostacolo al progresso economico. Di contro, su alcuni giornali indipendenti, si legge che l’Italia in questo ambito spende l’1,5% del PIL, quando la media europea è sul 2%, ponendoci agli ultimi posti. Altro che anomalia, questa è falsa informazione! I nostri governanti dovrebbero smetterla di sbandierare priorità come le leggi ad personam e incominciare ad occuparsi della tutela dei diritti fondamentali per tutti e della possibilità di consentire una vita decente, specie a chi è più in difficoltà. La qualità di vita dei veri invalidi è legata alle possibilità economiche della famiglia che per contro finisce per impoverirsi sempre più. Ma non è solo il problema delle pensioni a destare preoccupazione, sono le linee politiche di raschiatura del fondo con la proposta di innalzare i limiti per l’invalidità dal 74 all’85%, la non cumulabilità delle percentuali per più di una patologia invalidante, il calo degli stanziamenti per le politiche sociali, ecc.. E’ la politica del lanciare proposte più o meno assurde e vedere come reagisce l’opinione pubblica, poi ci pensano i mezzi d’informazione, più o meno legati al padrone, ad enfatizzare, ridimensionare o manipolare la notizia. Ai nostri ministri, poi, basta poco a ritirare proposte che si sono rivelate inopportune, se non indecenti, motivando quell’inversione di marcia con qualche fregnaccia. E’ un comportamento vergognoso: prima s’insinua il dubbio che non è facile rimuovere, poi non ci si cura delle persone e delle famiglie. Ricordiamoci che basta un niente per passare dallo stato di piena salute ad uno di dipendenza più o meno totale. A proposito di pensioni d’anzianità, visto che faccio parte della categoria dei pensionati, vorrei sottolineare, contrariamente a quanto si è sentito dire da certi politici della disinformazione che acclamano a piena voce, che il pensionato non pesa sulla società perché i contributi per la sua pensione sono stati versati anticipatamente, e quindi accantonati, in parte dal datore di lavoro e in parte trattenuti dalla busta paga del lavoratore stesso. D’accordo che si è elevata l’età media però forse non c’è stata una buona gestione di queste somme. Nella maggioranza dei casi l’effetto finale non è quello che si aspetta chi ha lavorato una vita, e cioè avere una pensione che gli assicuri una vecchiaia tranquilla. La pensione si svaluta sempre più, per cui proprio nel momento in cui il pensionato può avere maggiori necessità si trova ad avere minori disponibilità. Non desta meraviglia che i politici non rientrino in questa categoria e che molti di loro siano più impegnati ad attaccare le cariche istituzionali e la Costituzione che a occuparsi di chi si trova in difficoltà.
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Recentemente abbiamo letto e ascoltato innumerevoli proclami di esponenti del governo sul problema dei falsi invalidi. E’ una campagna sacrosanta che smuove l’indignazione della coscienza collettiva verso chi si approfitta delle disgrazie altrui che va perseguito in tutti i modi possibili e immaginabili, come pure chi gli ha concesso quell’inappropriato e usurpato beneficio. Secondo me però si tratta di un paravento che nasconde una volontà ben peggiore di quella che cercano di evidenziare con tanta enfasi. E’ inaccettabile ascoltare le parole che il ministro Tremonti ha pronunciato verso la fine di maggio …due milioni e settecentomila invalidi pone la questione se un paese così può essere ancora competitivo. Il senso del discorso è molto chiaro e non si presta a molte interpretazioni: gli invalidi per il nostro governo sono un peso. I nostri governanti si mostrano attenti a predisporre scudi fiscali e condoni, che in sostanza aiutano a vivere alla grande chi ha frodato lo stato accumulando capitali ed esportandoli all’estero, a proteggere chi ha costruito abusivamente imperi economici e a salvaguardare gli interessi di cricche di amici. Meno si occupano di chi sopravvive con pensioni spesso da fame e in particolare con quelle d’invalidità che ammontano a ben 267 euro, per 13 mensilità. Manca veramente poco alla caduta nel baratro di questa novella rupe Tarpea del Welfare. A sentire il ministro dell’economia le spese per questo settore sono altissime e rappresentano un ostacolo al progresso economico. Di contro, su alcuni giornali indipendenti, si legge che l’Italia in questo ambito spende l’1,5% del PIL, quando la media europea è sul 2%, ponendoci agli ultimi posti. Altro che anomalia, questa è falsa informazione! I nostri governanti dovrebbero smetterla di sbandierare priorità come le leggi ad personam e incominciare ad occuparsi della tutela dei diritti fondamentali per tutti e della possibilità di consentire una vita decente, specie a chi è più in difficoltà. La qualità di vita dei veri invalidi è legata alle possibilità economiche della famiglia che per contro finisce per impoverirsi sempre più. Ma non è solo il problema delle pensioni a destare preoccupazione, sono le linee politiche di raschiatura del fondo con la proposta di innalzare i limiti per l’invalidità dal 74 all’85%, la non cumulabilità delle percentuali per più di una patologia invalidante, il calo degli stanziamenti per le politiche sociali, ecc.. E’ la politica del lanciare proposte più o meno assurde e vedere come reagisce l’opinione pubblica, poi ci pensano i mezzi d’informazione, più o meno legati al padrone, ad enfatizzare, ridimensionare o manipolare la notizia. Ai nostri ministri, poi, basta poco a ritirare proposte che si sono rivelate inopportune, se non indecenti, motivando quell’inversione di marcia con qualche fregnaccia. E’ un comportamento vergognoso: prima s’insinua il dubbio che non è facile rimuovere, poi non ci si cura delle persone e delle famiglie. Ricordiamoci che basta un niente per passare dallo stato di piena salute ad uno di dipendenza più o meno totale. A proposito di pensioni d’anzianità, visto che faccio parte della categoria dei pensionati, vorrei sottolineare, contrariamente a quanto si è sentito dire da certi politici della disinformazione che acclamano a piena voce, che il pensionato non pesa sulla società perché i contributi per la sua pensione sono stati versati anticipatamente, e quindi accantonati, in parte dal datore di lavoro e in parte trattenuti dalla busta paga del lavoratore stesso. D’accordo che si è elevata l’età media però forse non c’è stata una buona gestione di queste somme. Nella maggioranza dei casi l’effetto finale non è quello che si aspetta chi ha lavorato una vita, e cioè avere una pensione che gli assicuri una vecchiaia tranquilla. La pensione si svaluta sempre più, per cui proprio nel momento in cui il pensionato può avere maggiori necessità si trova ad avere minori disponibilità. Non desta meraviglia che i politici non rientrino in questa categoria e che molti di loro siano più impegnati ad attaccare le cariche istituzionali e la Costituzione che a occuparsi di chi si trova in difficoltà.
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mercoledì 26 maggio 2010
Decisioni e priorità
Questa lettera col titolo "Decisioni e priorità" è stata pubblicata sulla rubrica "per posta e per E-mail" del Messaggero Veneto il 4 giugno 2010.
Ultimamente vivere in Italia è come stare su un ring. La poca stampa ancora libera riesce a divulgare notizie che sono veri e propri pugni nello stomaco. Emergono ogni giorno scandali e malaffare con interessi privati di politici e amministratori in appalti pubblici. C’è addirittura chi non si accorge che gli hanno comprato un appartamento con vista sul colosseo! Non si tratta di isolate mele marce, come qualcuno ci vuol far credere, e ha ragione a dire che non siamo di fronte ad una nuova tangentopoli. Attualmente è peggio: nell’inchiesta mani pulite vennero inquisiti 270 parlamentari che prendevano soldi per il partito, ora li rubano per sè, e questo verbo mi pare più appropriato. Siamo avvolti da un malcostume generale che si è insinuato così bene in tutte le compagini politico-amministrative da trovare seguaci in ogni gradino della scala politica. Gli appalti se li aggiudicano sempre le stesse ditte. Ma che caso! In questi giorni io, comune cittadino, leggo sui giornali che una priorità urgente per il governo è bloccare le intercettazioni e riformare le norme processuali. Mi viene spontaneo pensare “Ma con la grave crisi che c’è, con i disoccupati in crescita, il precariato dilagante, la povertà di tante famiglie che non arrivano neanche a metà mese, tutto ciò a chi giova?” E’ evidente che il governo voglia tenere il popolino in un limbo dove vige l’ottimismo, perché non c’è crisi affermano e sostenere il contrario è puro terrorismo della sinistra. Questa è una vera e propria narcosi da televisione! E ci vuole il sottosegretario alla giustizia degli Stati Uniti per sapere che le intercettazioni sono strumenti essenziali alle indagini nella lotta alla criminalità organizzata e per elogiare l’ottimo lavoro dei magistrati italiani? Sembra paradossale ma non lo è poi così tanto. Non credo che gli americani siano interessati agli affari pubblico-privati della “cricca” del momento o del politico nostrano di turno ma piuttosto “al buco” d’impunità che si creerebbe in Italia per i terroristi e i narcotrafficanti. Il tentativo d’imbavagliare la stampa è disgustoso, fortuna che finalmente c’è stata una quasi plebiscitaria levata di scudi contro quel provvedimento e ciò ha fatto accendere un barlume di speranza. Ma con che faccia vengono ancora a chiedere sacrifici e a spremere come limoni le classi meno abbienti? Ora, ma da molti anni si sente questo ritornello, pare che le risorse si possano trovare nella ricerca degli evasori fiscali e dei falsi invalidi, però intanto si approva e si attua in fretta e furia lo scudo fiscale. Il proposito di smascherare i “furbi” è sacrosanto, però, i soldi recuperati dovrebbero essere usati per adeguare le pensioni e potenziare i servizi per i veri invalidi. I nostri governanti prima di chiedere sacrifici alla popolazione dovrebbero impegnarsi a gestire al meglio i beni demaniali e immobiliari dello Stato, dandoli in concessione a prezzi di mercato. E cosa dire dell’immenso parco di auto blu e degli stipendi stratosferici dei nostri politici? Se sacrifici ci devono essere che siano per tutti a cominciare dalla casta politica. E non faccia ridere il ministro Calderoli a proporre una riduzione del 5% degli stipendi dei parlamentari, attuino piuttosto un adeguamento agli standard europei, notevolmente più bassi. Se poi consideriamo che il presidente della Camera si lamenta perché la settimana parlamentare finisce il mercoledì, la cosa è proprio grave. Secondo me, lo è ancora di più perché, a parte l’assenteismo ordinario evidente dagli scranni vuoti, è stata instaurata una modalità di governo che delegittima il parlamento, mortifica il dibattito democratico e va avanti a colpi di decreti legge e così siamo arrivati alla 32^ fiducia. Ma l’Italia è ancora un paese civile e democratico o siamo di fronte all’avvio soft di una dittatura? Per restare in ambito pugilistico, speriamo di non cadere tramortiti al tappeto, ma di risollevarci! Su questo l’opposizione ha un ruolo importante, ma anche ogni cittadino deve prendersi una parte di responsabilità rifiutandosi di accettare questa disinformazione e la controcultura dilagante cercando di sviluppare senso critico e capacità di giudizio.
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Ultimamente vivere in Italia è come stare su un ring. La poca stampa ancora libera riesce a divulgare notizie che sono veri e propri pugni nello stomaco. Emergono ogni giorno scandali e malaffare con interessi privati di politici e amministratori in appalti pubblici. C’è addirittura chi non si accorge che gli hanno comprato un appartamento con vista sul colosseo! Non si tratta di isolate mele marce, come qualcuno ci vuol far credere, e ha ragione a dire che non siamo di fronte ad una nuova tangentopoli. Attualmente è peggio: nell’inchiesta mani pulite vennero inquisiti 270 parlamentari che prendevano soldi per il partito, ora li rubano per sè, e questo verbo mi pare più appropriato. Siamo avvolti da un malcostume generale che si è insinuato così bene in tutte le compagini politico-amministrative da trovare seguaci in ogni gradino della scala politica. Gli appalti se li aggiudicano sempre le stesse ditte. Ma che caso! In questi giorni io, comune cittadino, leggo sui giornali che una priorità urgente per il governo è bloccare le intercettazioni e riformare le norme processuali. Mi viene spontaneo pensare “Ma con la grave crisi che c’è, con i disoccupati in crescita, il precariato dilagante, la povertà di tante famiglie che non arrivano neanche a metà mese, tutto ciò a chi giova?” E’ evidente che il governo voglia tenere il popolino in un limbo dove vige l’ottimismo, perché non c’è crisi affermano e sostenere il contrario è puro terrorismo della sinistra. Questa è una vera e propria narcosi da televisione! E ci vuole il sottosegretario alla giustizia degli Stati Uniti per sapere che le intercettazioni sono strumenti essenziali alle indagini nella lotta alla criminalità organizzata e per elogiare l’ottimo lavoro dei magistrati italiani? Sembra paradossale ma non lo è poi così tanto. Non credo che gli americani siano interessati agli affari pubblico-privati della “cricca” del momento o del politico nostrano di turno ma piuttosto “al buco” d’impunità che si creerebbe in Italia per i terroristi e i narcotrafficanti. Il tentativo d’imbavagliare la stampa è disgustoso, fortuna che finalmente c’è stata una quasi plebiscitaria levata di scudi contro quel provvedimento e ciò ha fatto accendere un barlume di speranza. Ma con che faccia vengono ancora a chiedere sacrifici e a spremere come limoni le classi meno abbienti? Ora, ma da molti anni si sente questo ritornello, pare che le risorse si possano trovare nella ricerca degli evasori fiscali e dei falsi invalidi, però intanto si approva e si attua in fretta e furia lo scudo fiscale. Il proposito di smascherare i “furbi” è sacrosanto, però, i soldi recuperati dovrebbero essere usati per adeguare le pensioni e potenziare i servizi per i veri invalidi. I nostri governanti prima di chiedere sacrifici alla popolazione dovrebbero impegnarsi a gestire al meglio i beni demaniali e immobiliari dello Stato, dandoli in concessione a prezzi di mercato. E cosa dire dell’immenso parco di auto blu e degli stipendi stratosferici dei nostri politici? Se sacrifici ci devono essere che siano per tutti a cominciare dalla casta politica. E non faccia ridere il ministro Calderoli a proporre una riduzione del 5% degli stipendi dei parlamentari, attuino piuttosto un adeguamento agli standard europei, notevolmente più bassi. Se poi consideriamo che il presidente della Camera si lamenta perché la settimana parlamentare finisce il mercoledì, la cosa è proprio grave. Secondo me, lo è ancora di più perché, a parte l’assenteismo ordinario evidente dagli scranni vuoti, è stata instaurata una modalità di governo che delegittima il parlamento, mortifica il dibattito democratico e va avanti a colpi di decreti legge e così siamo arrivati alla 32^ fiducia. Ma l’Italia è ancora un paese civile e democratico o siamo di fronte all’avvio soft di una dittatura? Per restare in ambito pugilistico, speriamo di non cadere tramortiti al tappeto, ma di risollevarci! Su questo l’opposizione ha un ruolo importante, ma anche ogni cittadino deve prendersi una parte di responsabilità rifiutandosi di accettare questa disinformazione e la controcultura dilagante cercando di sviluppare senso critico e capacità di giudizio.
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martedì 20 aprile 2010
Polemiche deludenti
Questa lettera sulla recente vicenda occorsa ai tre volontary di Emergency è stata pubblicata il 26 aprile 2010 sul Messaggero Veneto.
Come medico e chirurgo resto sconcertato dalle recenti polemiche comparse sui media a proposito di quanto accaduto ultimamente ai 3 volontari di Emergency in Afganistan e, come cittadino, sono profondamente deluso per lo scarso impegno speso dal governo italiano per difendere i nostri connazionali. Si è detto che i tre volontari arrestati fossero fiancheggiatori di terroristi e frasi tipo “Speriamo che non sia vero” pronunciate da esponenti del governo hanno contribuito a dare credito a queste assurde accuse. Emergency è un’organizzazione umanitaria che rappresenta un fiore all’occhiello per il nostro paese e va difesa a spada tratta. Chi fa il volontario in un ospedale e, per di più, in territorio di guerra, ha fatto una scelta di vita che forse risulta incomprensibile a chi ha come valori di riferimento solo soldi e carriera. Meno male che c’è ancora gente che, incurante dei sacrifici e rischi personali ai quali può essere esposta, basa il proprio progetto di vita su pace, solidarietà e aiuto a tutti coloro che si trovano a vivere, non certo per loro scelta, in zone tormentate da una guerra che pare non finire mai. Gli effetti di questa follia, perché solo così può essere considerata la guerra, determinano un’infinità di lutti, di mutilazioni e di sofferenze fisiche e psichiche che colpiscono la popolazione civile e, in particolare, i bambini. Se essere schierati politicamente vuol dire trovarsi dalla parte della popolazione inerme, dei più deboli, malati, feriti, allora ben venga l’esserlo. Emergency, come qualsiasi organizzazione sanitaria degna di questo nome, soccorre tutti quelli che ne hanno bisogno senza chiedere se sono dalla parte dei buoni o dei cattivi. Emergency è un’organizzazione umanitaria, nei suoi ospedali cura i feriti delle guerre, sempre comunque ingiuste, evidenzia le cause delle violazioni dei diritti umani e le denuncia al mondo intero mettendo, così, tutti di fronte alle loro responsabilità. Inevitabilmente Emergency rappresenta cioè un testimone assai scomodo, l’unico visto che in quella regione non vi sono giornalisti accreditati, per tutti coloro che tali violazioni vorrebbero nascondere. Questo è un valore aggiunto di onestà intellettuale e non una connotazione negativa come vorrebbero far credere i vari potenti, o prepotenti, che vedono le loro posizioni messe in discussione. Per questi motivi le coloriture politiche che qualcuno attribuisce all’organizzazione non fanno altro che dimostrare la stupidità di chi le sostiene. Sicuramente non fa onore a nessuno sapere che il 40% dei feriti curati nell’ospedale di Lashkar-Gah, ora chiuso, fossero bambini, e che le bombe così dette “intelligenti”, quando colpiscono, non lo sono poi così tanto. Non me li vedo proprio tre volontari che fiancheggiano i terroristi, come pure nutro seri dubbi sul fatto che ad introdurre armi, cinture esplosive e altro materiale pericoloso ritrovato in ospedale siano stati loro. L’Italia è impegnata a sostenere l’Afganistan con aiuti economici, consulenze di vario tipo e con la presenza di un nutrito contingente militare che, tra l’altro, spesso subisce attacchi mortali. Non mancano di certo gli strumenti per bloccare un’infamia come quella che è toccata ai tre italiani di Emergency, senza dimenticare i sei operatori afgani di cui pare pochi si interessino. Frattini, ministro degli Esteri, dichiara in Parlamento di essere insoddisfatto delle risposte fornite da Kabul. Il nostro primo ministro solo dopo quattro giorni scrive una lettera a Karzai, presidente afgano. Desta perplessità che il governo italiano, così attento al rispetto della “legalità” in Italia, sembri interessato a non sollevare eccezioni verso un paese in cui le garanzie minime di giusto processo e di diritto alla difesa, e quindi i diritti umani, non vengono minimamente tutelate. Certamente in fase di trattativa c’è la necessità di mantenere una riservatezza lontana dai clamori della stampa però un fallimento sarebbe imperdonabile e diventerebbe incompatibile con un paese che si considera civile e che ambisce ad “esportare democrazia”.
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Come medico e chirurgo resto sconcertato dalle recenti polemiche comparse sui media a proposito di quanto accaduto ultimamente ai 3 volontari di Emergency in Afganistan e, come cittadino, sono profondamente deluso per lo scarso impegno speso dal governo italiano per difendere i nostri connazionali. Si è detto che i tre volontari arrestati fossero fiancheggiatori di terroristi e frasi tipo “Speriamo che non sia vero” pronunciate da esponenti del governo hanno contribuito a dare credito a queste assurde accuse. Emergency è un’organizzazione umanitaria che rappresenta un fiore all’occhiello per il nostro paese e va difesa a spada tratta. Chi fa il volontario in un ospedale e, per di più, in territorio di guerra, ha fatto una scelta di vita che forse risulta incomprensibile a chi ha come valori di riferimento solo soldi e carriera. Meno male che c’è ancora gente che, incurante dei sacrifici e rischi personali ai quali può essere esposta, basa il proprio progetto di vita su pace, solidarietà e aiuto a tutti coloro che si trovano a vivere, non certo per loro scelta, in zone tormentate da una guerra che pare non finire mai. Gli effetti di questa follia, perché solo così può essere considerata la guerra, determinano un’infinità di lutti, di mutilazioni e di sofferenze fisiche e psichiche che colpiscono la popolazione civile e, in particolare, i bambini. Se essere schierati politicamente vuol dire trovarsi dalla parte della popolazione inerme, dei più deboli, malati, feriti, allora ben venga l’esserlo. Emergency, come qualsiasi organizzazione sanitaria degna di questo nome, soccorre tutti quelli che ne hanno bisogno senza chiedere se sono dalla parte dei buoni o dei cattivi. Emergency è un’organizzazione umanitaria, nei suoi ospedali cura i feriti delle guerre, sempre comunque ingiuste, evidenzia le cause delle violazioni dei diritti umani e le denuncia al mondo intero mettendo, così, tutti di fronte alle loro responsabilità. Inevitabilmente Emergency rappresenta cioè un testimone assai scomodo, l’unico visto che in quella regione non vi sono giornalisti accreditati, per tutti coloro che tali violazioni vorrebbero nascondere. Questo è un valore aggiunto di onestà intellettuale e non una connotazione negativa come vorrebbero far credere i vari potenti, o prepotenti, che vedono le loro posizioni messe in discussione. Per questi motivi le coloriture politiche che qualcuno attribuisce all’organizzazione non fanno altro che dimostrare la stupidità di chi le sostiene. Sicuramente non fa onore a nessuno sapere che il 40% dei feriti curati nell’ospedale di Lashkar-Gah, ora chiuso, fossero bambini, e che le bombe così dette “intelligenti”, quando colpiscono, non lo sono poi così tanto. Non me li vedo proprio tre volontari che fiancheggiano i terroristi, come pure nutro seri dubbi sul fatto che ad introdurre armi, cinture esplosive e altro materiale pericoloso ritrovato in ospedale siano stati loro. L’Italia è impegnata a sostenere l’Afganistan con aiuti economici, consulenze di vario tipo e con la presenza di un nutrito contingente militare che, tra l’altro, spesso subisce attacchi mortali. Non mancano di certo gli strumenti per bloccare un’infamia come quella che è toccata ai tre italiani di Emergency, senza dimenticare i sei operatori afgani di cui pare pochi si interessino. Frattini, ministro degli Esteri, dichiara in Parlamento di essere insoddisfatto delle risposte fornite da Kabul. Il nostro primo ministro solo dopo quattro giorni scrive una lettera a Karzai, presidente afgano. Desta perplessità che il governo italiano, così attento al rispetto della “legalità” in Italia, sembri interessato a non sollevare eccezioni verso un paese in cui le garanzie minime di giusto processo e di diritto alla difesa, e quindi i diritti umani, non vengono minimamente tutelate. Certamente in fase di trattativa c’è la necessità di mantenere una riservatezza lontana dai clamori della stampa però un fallimento sarebbe imperdonabile e diventerebbe incompatibile con un paese che si considera civile e che ambisce ad “esportare democrazia”.
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domenica 21 febbraio 2010
Sono solo buone azioni?
Questo articolo è stato inviato al Messaggero Veneto in risposta ad uno scritto comparso il 16 febbraio u.s.
Apro il Messaggero del 16 e nella pagina IV della cronaca di Udine, mi appare l’articolo dal titolo Gli “angeli” dell’Anffas accanto ai disabili… Chi sono gli “angeli” mi chiedo. I volontari, mi rispondo. Subito sono pervasa da un senso di grande sconforto e desolazione. Se fossi una di quei volontari giuro che mi offenderei. E’ possibile che nel 2010 ci sia ancora qualcuno che può considerare il fare volontariato solo come la buona azione compiuta da persone timorate e pie che vogliono così conquistarsi un posto in paradiso nei confronti di quei poveri sfigati (concedetemi il latinismo) dei disabili?
Quando io ero bambina e andavo a dottrina, diversi decenni fa si diceva così, ci insegnavano a compiere le buone azioni e se talvolta si sgarrava, potevamo porre rimedio a suon di penitenze e fioretti, per paura del castigo di Gesù che ci stava sempre a guardare. Ora siamo cresciuti noi, bimbi di allora, ma è “cresciuto” anche il valore, il senso personale e sociale del volontariato. Evidentemente però c’è ancora chi non se n’è accorto. Evidentemente chi ha scritto l’articolo non ha mai fatto esperienze di volontariato, per sua sfortuna, mi permetto di aggiungere. Altrimenti avrebbe capito che il volontariato è un modo di esserci, di trovare un senso e il valore della propria vita, di essere soggetti attivi e responsabili, di partecipare consapevolmente alla realizzazione della propria vita e al progresso della comunità in cui si vive, di crescere. Inoltre confrontarsi con persone diverse da noi per capacità motorie, intellettive, relazionali o per cultura, tradizione, religione, etc, arricchisce, permette di capire che nulla è scontato e nulla è assicurato per sempre per nessuno e ciò insegna a tutti, soprattutto ai giovani, ad avere rispetto di se stessi, delle qualità che hanno avuto in dono e a coltivarle con cura e amore, e degli altri, di tutti gli altri. Credo che se ci fossero più opportunità serie di volontariato, sostenute da un percorso di approfondimento e da un’adeguata formazione per i giovani già nelle scuole, molti di loro non andrebbero a cercare gli sballi del sabato sera o analoghe esperienze che spesso finiscono in tragedia e molti genitori dormirebbero sonni più tranquilli sicuri che i loro figli non vadano a cercare il senso della vita in esperienze estreme ed estremamente pericolose.
Mi si consenta un altro appunto a chi ha scritto questo articolo. L’ANFFAS è nata a Roma 52 anni fa e, allora, è stata denominata Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli Subnormali (A.N.F.F.A.S.), ma in tutto questo tempo, grazie anche al confronto con le persone con disabilità, è cresciuta ed è diventata ora un’associazione talmente aggiornata e in linea con i concetti più attuali in ambito di disabilità, da renderli parte integrante delle proprie linee programmatiche per il prossimo triennio e da assumere come codice etico la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità tradotta in legge dello Stato Italiano nel marzo dello scorso anno (L.18). Conseguentemente anche la denominazione dell’associazione è stata più volte aggiornata. Quella riportata nell’articolo in questione è antecedente al maggio del 1997. Associazione di Famiglie di Persone con disabilità intellettiva e/o relazionale è l’ultima, in vigore dal 2005, più brevemente ANFFAS Onlus. L’acronimo, che strada facendo ha perso i punti, si è trasformato in sigla. Le associazioni crescono, cambiano, si adeguano alle nuove leggi e ai più attuali approcci al tema di cui si occupano, si aggiornano. Sarebbe auspicabile che i giornalisti facessero altrettanto.
Elisa Barazzutti
Presidente Anffas Alto Friuli - Consigliere Anffas Nazionale
link collegatohttp://libridibeppeavanzato.blogspot.com/
Apro il Messaggero del 16 e nella pagina IV della cronaca di Udine, mi appare l’articolo dal titolo Gli “angeli” dell’Anffas accanto ai disabili… Chi sono gli “angeli” mi chiedo. I volontari, mi rispondo. Subito sono pervasa da un senso di grande sconforto e desolazione. Se fossi una di quei volontari giuro che mi offenderei. E’ possibile che nel 2010 ci sia ancora qualcuno che può considerare il fare volontariato solo come la buona azione compiuta da persone timorate e pie che vogliono così conquistarsi un posto in paradiso nei confronti di quei poveri sfigati (concedetemi il latinismo) dei disabili?
Quando io ero bambina e andavo a dottrina, diversi decenni fa si diceva così, ci insegnavano a compiere le buone azioni e se talvolta si sgarrava, potevamo porre rimedio a suon di penitenze e fioretti, per paura del castigo di Gesù che ci stava sempre a guardare. Ora siamo cresciuti noi, bimbi di allora, ma è “cresciuto” anche il valore, il senso personale e sociale del volontariato. Evidentemente però c’è ancora chi non se n’è accorto. Evidentemente chi ha scritto l’articolo non ha mai fatto esperienze di volontariato, per sua sfortuna, mi permetto di aggiungere. Altrimenti avrebbe capito che il volontariato è un modo di esserci, di trovare un senso e il valore della propria vita, di essere soggetti attivi e responsabili, di partecipare consapevolmente alla realizzazione della propria vita e al progresso della comunità in cui si vive, di crescere. Inoltre confrontarsi con persone diverse da noi per capacità motorie, intellettive, relazionali o per cultura, tradizione, religione, etc, arricchisce, permette di capire che nulla è scontato e nulla è assicurato per sempre per nessuno e ciò insegna a tutti, soprattutto ai giovani, ad avere rispetto di se stessi, delle qualità che hanno avuto in dono e a coltivarle con cura e amore, e degli altri, di tutti gli altri. Credo che se ci fossero più opportunità serie di volontariato, sostenute da un percorso di approfondimento e da un’adeguata formazione per i giovani già nelle scuole, molti di loro non andrebbero a cercare gli sballi del sabato sera o analoghe esperienze che spesso finiscono in tragedia e molti genitori dormirebbero sonni più tranquilli sicuri che i loro figli non vadano a cercare il senso della vita in esperienze estreme ed estremamente pericolose.
Mi si consenta un altro appunto a chi ha scritto questo articolo. L’ANFFAS è nata a Roma 52 anni fa e, allora, è stata denominata Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli Subnormali (A.N.F.F.A.S.), ma in tutto questo tempo, grazie anche al confronto con le persone con disabilità, è cresciuta ed è diventata ora un’associazione talmente aggiornata e in linea con i concetti più attuali in ambito di disabilità, da renderli parte integrante delle proprie linee programmatiche per il prossimo triennio e da assumere come codice etico la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità tradotta in legge dello Stato Italiano nel marzo dello scorso anno (L.18). Conseguentemente anche la denominazione dell’associazione è stata più volte aggiornata. Quella riportata nell’articolo in questione è antecedente al maggio del 1997. Associazione di Famiglie di Persone con disabilità intellettiva e/o relazionale è l’ultima, in vigore dal 2005, più brevemente ANFFAS Onlus. L’acronimo, che strada facendo ha perso i punti, si è trasformato in sigla. Le associazioni crescono, cambiano, si adeguano alle nuove leggi e ai più attuali approcci al tema di cui si occupano, si aggiornano. Sarebbe auspicabile che i giornalisti facessero altrettanto.
Elisa Barazzutti
Presidente Anffas Alto Friuli - Consigliere Anffas Nazionale
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venerdì 19 febbraio 2010
Una rete di solidarietà per il sostegno ai disabili
Questa lettera è stata pubblicata sul Messaggero Veneto il 19 febbraio 2010.
Da anni io e mia moglie riflettiamo, ragioniamo e ci confrontiamo con le istituzioni per far fronte ai problemi di nostro figlio, per aiutarlo a crescere e ridurre al minimo l’impatto della disabilità nella sua qualità di vita. Come padre e medico, vorrei soffermarmi a fare qualche considerazione. Sono fermamente convinto che non si possa progredire senza un salto culturale che sposti il fulcro del problema dalla disabilità alla Persona. La Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (P.c.d.) dell’ONU è legge in Italia (L18/09). L’OMS ha introdotto l’ICF, scala di valutazione della disabilità quale risultante dall’interazione tra la persona e il suo contesto di vita. Nella realtà quotidiana, però, spesso si combatte contro muri d’indifferenza, di presunzione e d’ignoranza. La disabilità intellettiva e relazionale è più difficile da considerare perché non sempre evidente come quella fisica e a volte non è facile valutare il grado di comprensione di chi non risponde nei tempi e modi ritenuti normali, o che non sa rappresentare i propri bisogni. Spesso si ha l’impressione che ci siano disparità di trattamenti tra le varie P.c.d. Ad esempio il regolamento del Fondo Gravissimi (Messaggero 14/2) esclude dai beneficiari le persone con disabilità gravissima dalla nascita. Per me, chirurgo in pensione, era facile stabilire la gravità. Nel campo della disabilità è più complesso. A parità di diagnosi due persone sviluppano gradi diversi di disabilità in base ai sostegni di cui possono usufruire e, se non ben sostenuti, si possono sovrapporre disturbi psichiatrici che abbassano la qualità della vita della persona e della sua famiglia e aumentano problemi e costi socio sanitari. Ora che le neuroscienze hanno dimostrato la plasticità del cervello a tutte le età è eticamente aberrante non intervenire in maniera adeguata. Nel regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile si utilizza una scala di valutazione che misura solo le capacità fisiche, quindi inadatta per chi ha una disabilità diversa che viene escluso dai benefici. Si tratta di discriminazione? Ci sono i CSRE (centri diurni) che non rispondono alle esigenze di tutti. E gli altri? Quanti sono? E per chi avrebbe bisogno di interventi più leggeri e meno costosi, quali sono le offerte? Magari necessitano solo di maggiori opportunità di socializzazione e di promozione all’autonomia sociale, lavorativa mirata ad una vera inclusione nella comunità in cui vivono. Cosa si fa per loro? A porsi il problema se ne esce avviliti. Ci si sente inascoltati, è una lotta continua. Di rado si percepisce nelle istituzioni la curiosità e l’interesse di cercare soluzioni che escano dai canoni e meglio rispondano alle reali esigenze delle persone, che si devono adeguare ai servizi. E questo alla faccia dei progetti individualizzati e di tutte le leggi che superano l’ottica risarcitoria e promuovono l’esigibilità dei diritti di ogni persona e la non discriminazione. Non mi risulta che ci sia una mappatura dei bisogni delle P.c.d. E senza dati certi su cosa può basarsi un’adeguata progettazione? Risulta difficile anche chiedere e, per esperienza, posso affermare che dopo anni di reiterate risposte negative è frustrante domandare ancora. Risulta più efficace organizzarsi autonomamente per promuovere la crescita e tutelare i diritti dei propri figli. Noi, per ovviare alle carenze istituzionali e offrire alternative a nostro figlio abbiamo sperimentato molto, ma chi non ha le competenze e i mezzi deve rivolgersi alle istituzioni e accontentarsi di ciò che offrono. Molte associazioni che tutelano i diritti delle P.c.d, spesso agiscono in modo privo di quella coesione e di unità d’intenti che permetterebbe di raggiungere migliori risultati. Bisognerebbe affermare i diritti di tutte le P.c.d, ognuna con i suoi specifici bisogni e il suo progetto di vita. Mi auguro che gli attori coinvolti in queste problematiche, in primis i politici, s’impegnino a far sì che si realizzi una rete di sostegno e solidarietà per tutti che non può prescindere dalla risorsa del volontariato. Questo consentirebbe a chiunque abbia qualche svantaggio, di vivere una vita qualitativamente migliore e più autonoma.
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Da anni io e mia moglie riflettiamo, ragioniamo e ci confrontiamo con le istituzioni per far fronte ai problemi di nostro figlio, per aiutarlo a crescere e ridurre al minimo l’impatto della disabilità nella sua qualità di vita. Come padre e medico, vorrei soffermarmi a fare qualche considerazione. Sono fermamente convinto che non si possa progredire senza un salto culturale che sposti il fulcro del problema dalla disabilità alla Persona. La Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (P.c.d.) dell’ONU è legge in Italia (L18/09). L’OMS ha introdotto l’ICF, scala di valutazione della disabilità quale risultante dall’interazione tra la persona e il suo contesto di vita. Nella realtà quotidiana, però, spesso si combatte contro muri d’indifferenza, di presunzione e d’ignoranza. La disabilità intellettiva e relazionale è più difficile da considerare perché non sempre evidente come quella fisica e a volte non è facile valutare il grado di comprensione di chi non risponde nei tempi e modi ritenuti normali, o che non sa rappresentare i propri bisogni. Spesso si ha l’impressione che ci siano disparità di trattamenti tra le varie P.c.d. Ad esempio il regolamento del Fondo Gravissimi (Messaggero 14/2) esclude dai beneficiari le persone con disabilità gravissima dalla nascita. Per me, chirurgo in pensione, era facile stabilire la gravità. Nel campo della disabilità è più complesso. A parità di diagnosi due persone sviluppano gradi diversi di disabilità in base ai sostegni di cui possono usufruire e, se non ben sostenuti, si possono sovrapporre disturbi psichiatrici che abbassano la qualità della vita della persona e della sua famiglia e aumentano problemi e costi socio sanitari. Ora che le neuroscienze hanno dimostrato la plasticità del cervello a tutte le età è eticamente aberrante non intervenire in maniera adeguata. Nel regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile si utilizza una scala di valutazione che misura solo le capacità fisiche, quindi inadatta per chi ha una disabilità diversa che viene escluso dai benefici. Si tratta di discriminazione? Ci sono i CSRE (centri diurni) che non rispondono alle esigenze di tutti. E gli altri? Quanti sono? E per chi avrebbe bisogno di interventi più leggeri e meno costosi, quali sono le offerte? Magari necessitano solo di maggiori opportunità di socializzazione e di promozione all’autonomia sociale, lavorativa mirata ad una vera inclusione nella comunità in cui vivono. Cosa si fa per loro? A porsi il problema se ne esce avviliti. Ci si sente inascoltati, è una lotta continua. Di rado si percepisce nelle istituzioni la curiosità e l’interesse di cercare soluzioni che escano dai canoni e meglio rispondano alle reali esigenze delle persone, che si devono adeguare ai servizi. E questo alla faccia dei progetti individualizzati e di tutte le leggi che superano l’ottica risarcitoria e promuovono l’esigibilità dei diritti di ogni persona e la non discriminazione. Non mi risulta che ci sia una mappatura dei bisogni delle P.c.d. E senza dati certi su cosa può basarsi un’adeguata progettazione? Risulta difficile anche chiedere e, per esperienza, posso affermare che dopo anni di reiterate risposte negative è frustrante domandare ancora. Risulta più efficace organizzarsi autonomamente per promuovere la crescita e tutelare i diritti dei propri figli. Noi, per ovviare alle carenze istituzionali e offrire alternative a nostro figlio abbiamo sperimentato molto, ma chi non ha le competenze e i mezzi deve rivolgersi alle istituzioni e accontentarsi di ciò che offrono. Molte associazioni che tutelano i diritti delle P.c.d, spesso agiscono in modo privo di quella coesione e di unità d’intenti che permetterebbe di raggiungere migliori risultati. Bisognerebbe affermare i diritti di tutte le P.c.d, ognuna con i suoi specifici bisogni e il suo progetto di vita. Mi auguro che gli attori coinvolti in queste problematiche, in primis i politici, s’impegnino a far sì che si realizzi una rete di sostegno e solidarietà per tutti che non può prescindere dalla risorsa del volontariato. Questo consentirebbe a chiunque abbia qualche svantaggio, di vivere una vita qualitativamente migliore e più autonoma.
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lunedì 14 dicembre 2009
La libertà di culto
Queste considerazioni sulla libertà di culto sono state pubblicate sulla rubrica "La posta dei lettori" del Messaggero Veneto del 15 dicembre 2009.
Il recente risultato del referendum svizzero sul blocco della costruzione dei minareti, le polemiche sul cimitero islamico a Udine e la sentenza di Strasburgo sul crocifisso sono tutte inaccettabili espressioni di violazioni della libertà di culto, diritto sancito dalla nostra Costituzione. Quando viene a mancare il rispetto dell’altro, chiunque esso sia, ateo o credente, cattolico o mussulmano, s’imbocca una deriva di pensiero che può portare verso rigurgiti xenofobi e razzisti. La paura e l’ignoranza finiscono per prevalere sulla tolleranza, sul rispetto e sull’interazione, intesa come reciprocità tra persone e culture senza predominanze, che determina la “crescita” di ognuno. Molto di più, quindi, dell’integrazione cioè adeguamento dell’immigrato alla cultura e al contesto che accoglie rinunciando in parte alla sua identità. L’arricchimento deriva dalla libera circolazione delle idee non dall’arroccarsi su posizioni di intransigenza e di preminenza. Ma com’è possibile che alcuni si arroghino il diritto di imporre ad altri, con prepotenza, le proprie idee? Non si può far altro che ribellarsi ad un simile modo di pensare e di agire e non si può che temere chi crede di avere solo certezze. Pericolosi coloro che ammettono un’unica ragione: la loro e non sono minimamente sfiorati dalla “virtù del dubbio”, titolo di un interessante libro di Zagrebelsky. A proposito della sentenza di Strasburgo, ritengo vessatorio il verdetto contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche ed uffici pubblici. Fa parte della nostra tradizione e, credenti o no, va rispettato per ciò che rappresenta. Sarebbe auspicabile che molti di quelli che lo difendono a spada tratta, oltre a parlare, facciano propri comportamenti come l’Accoglienza, più coerenti con quanto insegnato da Gesù Cristo, anche Lui migrante. Gli integralisti di qualunque religione sono sempre stati forieri di tragedie. Non considerano la religione al servizio di tutti, non promuovono l’interazione e, invece di abbattere i muri della diffidenza, li alzano sempre più. Quest’anno ricorre il ventennale della caduta del muro di Berlino, ma per un muro abbattuto quanti altri ne sono stati alzati, reali o virtuali. La storia è piena di ignobili misfatti perpetrati in nome di qualche dio. La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, il cui nome è nell’elenco delle persone condannate a morte dagli integralisti islamici, ha scritto, a proposito del referendum elvetico, “…Quel voto è un regalo ai fanatici che vivono di guerre di civiltà e che non aspettano altro che dire alla moltitudine mussulmana: avete visto, questo è il vero volto dell’Occidente crociato.” Khaled Fouad Allam, un mussulmano, docente universitario che è stato anche parlamentare italiano, ha scritto il libro “La solitudine dell’occidente”. L’autore, dalla sua posizione di osservatore privilegiato dei due mondi, sostiene che l’occidente deve fare i conti con le proprie identità multiple e imparare a comprendere le complessità anziché combatterle. Non più scontro, ma confronto, incontro delle diversità e crescita reciproca. Da noi non si trova di meglio che discutere sul cimitero islamico di Udine. Ma con quali argomentazioni razionali si può negare il diritto alla sepoltura a chi ha una religione diversa. La pietà per i defunti è universale, perché la morte, come diceva Totò è “A livella” e di fronte a lei siamo tutti uguali e poi non era forse Gesù Cristo a dire “Ama il tuo prossimo come te stesso”?. In questo clima così ostile non destano grande stupore le dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega che vorrebbero riproporre in Italia un referendum analogo a quello svizzero. Non si tratta di una variante al piano urbanistico ma di un rigurgito di xenofobia e razzismo. Costoro dimenticano, o forse non sanno, che, pochi decenni or sono, su alcuni locali pubblici della confederazione elvetica comparvero cartelli con la scritta “E’ vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.” Di contro però sono sempre stati ben accetti i capitali che molti italiani, anche al governo, facevano e fanno entrare illegalmente in quel paradiso fiscale. E’ proprio un bel esempio da seguire!
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Il recente risultato del referendum svizzero sul blocco della costruzione dei minareti, le polemiche sul cimitero islamico a Udine e la sentenza di Strasburgo sul crocifisso sono tutte inaccettabili espressioni di violazioni della libertà di culto, diritto sancito dalla nostra Costituzione. Quando viene a mancare il rispetto dell’altro, chiunque esso sia, ateo o credente, cattolico o mussulmano, s’imbocca una deriva di pensiero che può portare verso rigurgiti xenofobi e razzisti. La paura e l’ignoranza finiscono per prevalere sulla tolleranza, sul rispetto e sull’interazione, intesa come reciprocità tra persone e culture senza predominanze, che determina la “crescita” di ognuno. Molto di più, quindi, dell’integrazione cioè adeguamento dell’immigrato alla cultura e al contesto che accoglie rinunciando in parte alla sua identità. L’arricchimento deriva dalla libera circolazione delle idee non dall’arroccarsi su posizioni di intransigenza e di preminenza. Ma com’è possibile che alcuni si arroghino il diritto di imporre ad altri, con prepotenza, le proprie idee? Non si può far altro che ribellarsi ad un simile modo di pensare e di agire e non si può che temere chi crede di avere solo certezze. Pericolosi coloro che ammettono un’unica ragione: la loro e non sono minimamente sfiorati dalla “virtù del dubbio”, titolo di un interessante libro di Zagrebelsky. A proposito della sentenza di Strasburgo, ritengo vessatorio il verdetto contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche ed uffici pubblici. Fa parte della nostra tradizione e, credenti o no, va rispettato per ciò che rappresenta. Sarebbe auspicabile che molti di quelli che lo difendono a spada tratta, oltre a parlare, facciano propri comportamenti come l’Accoglienza, più coerenti con quanto insegnato da Gesù Cristo, anche Lui migrante. Gli integralisti di qualunque religione sono sempre stati forieri di tragedie. Non considerano la religione al servizio di tutti, non promuovono l’interazione e, invece di abbattere i muri della diffidenza, li alzano sempre più. Quest’anno ricorre il ventennale della caduta del muro di Berlino, ma per un muro abbattuto quanti altri ne sono stati alzati, reali o virtuali. La storia è piena di ignobili misfatti perpetrati in nome di qualche dio. La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, il cui nome è nell’elenco delle persone condannate a morte dagli integralisti islamici, ha scritto, a proposito del referendum elvetico, “…Quel voto è un regalo ai fanatici che vivono di guerre di civiltà e che non aspettano altro che dire alla moltitudine mussulmana: avete visto, questo è il vero volto dell’Occidente crociato.” Khaled Fouad Allam, un mussulmano, docente universitario che è stato anche parlamentare italiano, ha scritto il libro “La solitudine dell’occidente”. L’autore, dalla sua posizione di osservatore privilegiato dei due mondi, sostiene che l’occidente deve fare i conti con le proprie identità multiple e imparare a comprendere le complessità anziché combatterle. Non più scontro, ma confronto, incontro delle diversità e crescita reciproca. Da noi non si trova di meglio che discutere sul cimitero islamico di Udine. Ma con quali argomentazioni razionali si può negare il diritto alla sepoltura a chi ha una religione diversa. La pietà per i defunti è universale, perché la morte, come diceva Totò è “A livella” e di fronte a lei siamo tutti uguali e poi non era forse Gesù Cristo a dire “Ama il tuo prossimo come te stesso”?. In questo clima così ostile non destano grande stupore le dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega che vorrebbero riproporre in Italia un referendum analogo a quello svizzero. Non si tratta di una variante al piano urbanistico ma di un rigurgito di xenofobia e razzismo. Costoro dimenticano, o forse non sanno, che, pochi decenni or sono, su alcuni locali pubblici della confederazione elvetica comparvero cartelli con la scritta “E’ vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.” Di contro però sono sempre stati ben accetti i capitali che molti italiani, anche al governo, facevano e fanno entrare illegalmente in quel paradiso fiscale. E’ proprio un bel esempio da seguire!
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martedì 24 novembre 2009
Volontariamente
Questa lettera è stata spedita al Messaggero Veneto il 22 novembre 2009
Giovedì 12 novembre è stato pubblicato su questo giornale un articolo dal titolo
-Il progetto “VolontariaMente” coinvolge i giovani-. Sul testo erano riportati dati parziali e/o inesatti e a me pare che le informazioni debbano essere corrette e complete. Senz’altro chi l’ha scritto era in buona fede e ha considerato, magari con un po’ di superficialità, solo l’ultima parte del progetto, senza preoccuparsi di conoscerne la storia. Credo però che qualche precisazione sia doverosa anche perché VolontariaMente rappresenta un valido esempio di come le associazioni di volontariato possano evidenziare costruttivamente punti deboli del sistema, proporre possibili soluzioni, promuovere la costituzione di reti con le istituzioni che garantiscano poi la continuità dei progetti nel tempo. L’Anffas Alto Friuli è un’associazione che si prende cura e carico di famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, ma non solo, e nel consiglio direttivo, già da diversi anni, era chiaro quanto fosse importante rivolgersi ai giovani all’interno delle scuole per sensibilizzarli alla solidarietà e al volontariato. L’idea è stata esposta ad altre due realtà di volontariato, operanti entrambe nel campo della disabilità, Dinsi Une Man e Comunità di Rinascita, che vi hanno subito aderito.
Dalla collaborazione di queste tre associazioni, col parternariato della Carnia Special Team, grazie a un finanziamento del Centro Servizi Volontariato, è nato il primo VolontariaMente. E’ stata inoltre richiesta la partecipazione della ASS3 Alto Friuli, in particolare dei Servizi Sociali dei Comuni, che riconoscendo la validità formativa della proposta, ha subito reso disponibile un’educatrice dell’Unità funzionale socio-educativa. Riporto testualmente le motivazioni del primo progetto. “L’idea del corso e’ nata da una precedente esperienza fatta in una scuola superiore di Tolmezzo, che ha visto coinvolti alcuni studenti in funzione di tutor durante un corso d’informatica per giovani disabili. Alla fine del percorso tutti i ragazzi si sono dichiarati soddisfatti ed alcuni hanno proposto di proseguire l’esperienza. Con questo progetto pensiamo di dare risposte, stimoli e motivazioni ai giovani affinchè si avvicinino al mondo del volontariato, considerando quest’opportunità un’occasione di crescita, un modo per guardarsi attorno a 360° e scoprire che non esistono solo i loro problemi, per conoscere le loro emozioni e imparare a valorizzarsi reciprocamente, a relazionarsi con gli altri, a imparare a riconoscere i bisogni degli altri e a far emergere potenzialità spesso nascoste.”
Così, nell’anno scolastico 2004-05, VolontariaMente è stato presentato e svolto in tutti gli istituti superiori di Tolmezzo. Il progetto prevedeva tre fasi.
La prima di 4 incontri con le classi 3° e/o 4° per “promuovere tra gli studenti la cultura della solidarietà, la valorizzazione delle diversità, la riflessione sul valore del volontariato per la crescita personale di ogni ragazzo.”
La seconda riguardava una specifica formazione del volontariato ed era costituita da 7 incontri di 3 ore l’uno in cui, attraverso momenti teorici e pratico-esperienziali, si è analizzato e riflettuto su bisogni e motivazioni personali, comunicazione e relazione con l’altro, presa di coscienza delle proprie capacità e responsabilità.
Nella terza fase era previsto un convegno con persone che operano nel volontariato, in grado di portare testimonianze significative sulla loro esperienza, motivazioni e azione politica. VolontariaMente è stato apprezzato nelle scuole e riproposto l’anno dopo, nelle due prime fasi, dalle stesse associazioni , con rifinanziamento del CSV e collaborazione dei SSC, con qualche piccola modifica derivata dall’analisi dei punti di forza e delle criticità emersi durante la sua prima attuazione. Durante l’anno scolastico 2006-07, Anffas e DUM, hanno concorso a un bando regionale previsto dall’articolo 8 della L.R. 12 sul volontariato per avere il finanziamento necessario allo svolgimento, puntualmente avvenuto, della terza edizione del progetto.
E’ stato nell’anno successivo che le associazioni, non l’ASS3, che “hanno pensato, attivato e fortemente voluto” VolontariaMente hanno ceduto il passo. Vuoi perché, all’interno delle associazioni le esigenze, come le idee, sono sempre tante, ma le persone disponibili a tradurle in azioni sono poche e sempre le stesse, vuoi perché tra associazioni è spesso difficile coordinarsi, vuoi perché ormai era ampiamente dimostrata la validità del progetto e ci sembrava che l’ASS fosse interessata a darne continuità. E così è stato. Il resto l’abbiamo letto sull’articolo.
Mi si permetta ancora di proporre ai lettori qualche spunto di riflessione sull’azione di promozione culturale e sociale che possono svolgere le associazioni di volontariato e di quanto fruttuosa possa essere la collaborazione delle stesse con le istituzioni. La conoscenza dei bisogni, le esperienze, i saperi sono diversi, ma se ci si orienta verso uno scopo comune, il ben-essere di tutti, e si opera in sinergia si ottengono migliori risultati e si ottimizzano le sempre più scarse risorse. Qualche passo sull’ardua strada della co-progettazione sociale tra istituzioni e volontariato qui in Carnia si è fatto, ma gli incidenti di percorso sono sempre in agguato e la meta è ancora parecchio lontana. C’è lavoro per tutti.
Elisa Barazzutti presidente di Anffas Alto Friuli onlus
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Giovedì 12 novembre è stato pubblicato su questo giornale un articolo dal titolo
-Il progetto “VolontariaMente” coinvolge i giovani-. Sul testo erano riportati dati parziali e/o inesatti e a me pare che le informazioni debbano essere corrette e complete. Senz’altro chi l’ha scritto era in buona fede e ha considerato, magari con un po’ di superficialità, solo l’ultima parte del progetto, senza preoccuparsi di conoscerne la storia. Credo però che qualche precisazione sia doverosa anche perché VolontariaMente rappresenta un valido esempio di come le associazioni di volontariato possano evidenziare costruttivamente punti deboli del sistema, proporre possibili soluzioni, promuovere la costituzione di reti con le istituzioni che garantiscano poi la continuità dei progetti nel tempo. L’Anffas Alto Friuli è un’associazione che si prende cura e carico di famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, ma non solo, e nel consiglio direttivo, già da diversi anni, era chiaro quanto fosse importante rivolgersi ai giovani all’interno delle scuole per sensibilizzarli alla solidarietà e al volontariato. L’idea è stata esposta ad altre due realtà di volontariato, operanti entrambe nel campo della disabilità, Dinsi Une Man e Comunità di Rinascita, che vi hanno subito aderito.
Dalla collaborazione di queste tre associazioni, col parternariato della Carnia Special Team, grazie a un finanziamento del Centro Servizi Volontariato, è nato il primo VolontariaMente. E’ stata inoltre richiesta la partecipazione della ASS3 Alto Friuli, in particolare dei Servizi Sociali dei Comuni, che riconoscendo la validità formativa della proposta, ha subito reso disponibile un’educatrice dell’Unità funzionale socio-educativa. Riporto testualmente le motivazioni del primo progetto. “L’idea del corso e’ nata da una precedente esperienza fatta in una scuola superiore di Tolmezzo, che ha visto coinvolti alcuni studenti in funzione di tutor durante un corso d’informatica per giovani disabili. Alla fine del percorso tutti i ragazzi si sono dichiarati soddisfatti ed alcuni hanno proposto di proseguire l’esperienza. Con questo progetto pensiamo di dare risposte, stimoli e motivazioni ai giovani affinchè si avvicinino al mondo del volontariato, considerando quest’opportunità un’occasione di crescita, un modo per guardarsi attorno a 360° e scoprire che non esistono solo i loro problemi, per conoscere le loro emozioni e imparare a valorizzarsi reciprocamente, a relazionarsi con gli altri, a imparare a riconoscere i bisogni degli altri e a far emergere potenzialità spesso nascoste.”
Così, nell’anno scolastico 2004-05, VolontariaMente è stato presentato e svolto in tutti gli istituti superiori di Tolmezzo. Il progetto prevedeva tre fasi.
La prima di 4 incontri con le classi 3° e/o 4° per “promuovere tra gli studenti la cultura della solidarietà, la valorizzazione delle diversità, la riflessione sul valore del volontariato per la crescita personale di ogni ragazzo.”
La seconda riguardava una specifica formazione del volontariato ed era costituita da 7 incontri di 3 ore l’uno in cui, attraverso momenti teorici e pratico-esperienziali, si è analizzato e riflettuto su bisogni e motivazioni personali, comunicazione e relazione con l’altro, presa di coscienza delle proprie capacità e responsabilità.
Nella terza fase era previsto un convegno con persone che operano nel volontariato, in grado di portare testimonianze significative sulla loro esperienza, motivazioni e azione politica. VolontariaMente è stato apprezzato nelle scuole e riproposto l’anno dopo, nelle due prime fasi, dalle stesse associazioni , con rifinanziamento del CSV e collaborazione dei SSC, con qualche piccola modifica derivata dall’analisi dei punti di forza e delle criticità emersi durante la sua prima attuazione. Durante l’anno scolastico 2006-07, Anffas e DUM, hanno concorso a un bando regionale previsto dall’articolo 8 della L.R. 12 sul volontariato per avere il finanziamento necessario allo svolgimento, puntualmente avvenuto, della terza edizione del progetto.
E’ stato nell’anno successivo che le associazioni, non l’ASS3, che “hanno pensato, attivato e fortemente voluto” VolontariaMente hanno ceduto il passo. Vuoi perché, all’interno delle associazioni le esigenze, come le idee, sono sempre tante, ma le persone disponibili a tradurle in azioni sono poche e sempre le stesse, vuoi perché tra associazioni è spesso difficile coordinarsi, vuoi perché ormai era ampiamente dimostrata la validità del progetto e ci sembrava che l’ASS fosse interessata a darne continuità. E così è stato. Il resto l’abbiamo letto sull’articolo.
Mi si permetta ancora di proporre ai lettori qualche spunto di riflessione sull’azione di promozione culturale e sociale che possono svolgere le associazioni di volontariato e di quanto fruttuosa possa essere la collaborazione delle stesse con le istituzioni. La conoscenza dei bisogni, le esperienze, i saperi sono diversi, ma se ci si orienta verso uno scopo comune, il ben-essere di tutti, e si opera in sinergia si ottengono migliori risultati e si ottimizzano le sempre più scarse risorse. Qualche passo sull’ardua strada della co-progettazione sociale tra istituzioni e volontariato qui in Carnia si è fatto, ma gli incidenti di percorso sono sempre in agguato e la meta è ancora parecchio lontana. C’è lavoro per tutti.
Elisa Barazzutti presidente di Anffas Alto Friuli onlus
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domenica 8 novembre 2009
Il business sulla disperazione
Questa lettera è stata pubblicata sul Messaggero Veneto di martedì 24 novembre 2009.
Se guardo indietro, penso a quanto mi insegnavano i miei genitori, maestri elementari, e lo paragono ai valori di riferimento della società di oggi, c’è di che confondersi. Sono sicuro che molta gente ha voglia di cambiare questo sistema incancrenito dal particolarismo di chi è al potere, che non si occupa della gestione del bene pubblico e che, pare agisca all’insegna di un virtuosismo che punta al ribasso (Paolo Guzzanti). Tutti, nell’arco della vita, si confrontano con la scuola e il lavoro. La scuola, come io la ricordo, era impegnativa, ci insegnavano a ragionare, riconoscevano i nostri meriti, ma se non studiavamo, ci bocciavano. Anche allora c’erano problemi culminati nella rivoluzione studentesca del ’68, ma c’era passione, voglia di fare e di cambiare le cose. Attualmente, con la riforma Gelmini, la scuola arranca tra tagli di finanziamenti e risorse umane, scontentando sia studenti che professori con svalutazione della qualità dell’insegnamento. Mi hanno educato a rispettare il lavoro, perché permette di esprimere le proprie capacità e di raggiungere l’indipendenza economica. Allora i contratti erano in prevalenza a tempo indeterminato con la sicurezza della pensione a fine carriera. Attualmente, i nuovi contratti sono a termine e con nessuna garanzia. Salari bassi, scarsa incentivazione del profitto, incertezza del posto di lavoro, fuga di cervelli, disoccupazione crescente poco mitigata da ammortizzatori sociali. E cosa dire di quel bollettino di guerra rappresentato dai morti sul lavoro e di cui si parla troppo poco? Eppure istruzione e lavoro sono diritti sanciti dalla Costituzione. Dopo anni di esaltazione del lavoro a termine, c’è chi “riscopre” il valore del posto fisso. Certo, assenteisti e lavativi vanno puniti, ma chi lavora bene va incentivato, coinvolto nella programmazione. Alla schiera dei precari, che non possono programmarsi un futuro, si è aggiunta quella dei nuovi disoccupati e cassaintegrati che certamente non saranno ottimisti come vorrebbe il nostro premier. Ma qual è la soluzione? Eccola, a portata di mano! Si tratta di Win for life, la speranza racchiusa in un gratta e vinci. E’ incredibile che si riesca a fare business anche sulla disperazione! E’ degli ultimi giorni la notizia che alcuni supermercati, tra le promozioni, propongono biglietti, cedibili, che concorrono all’estrazione di un posto di lavoro per un anno a mille euro al mese. Questa è la creatività degli italiani nei momenti di crisi?!
Un tempo il rispetto per le istituzioni, per le forze dell’ordine e per la giustizia facevano parte dei valori insegnati in famiglia, a scuola e in parrocchia. Attualmente pare che il rispetto della legge sia imposto solo al poveraccio. E’ più facile andare in galera per furto di pane per fame, che di molti miliardi per insaziabile bramosia di ricchezza. Allucinante e incredibile in uno Stato democratico la vicenda di Stefano Cucchi. Un nome che pesa come un macigno, perché è lo Stato ad averlo sulla coscienza. La Magistratura dovrà accertare le responsabilità di chi, mi auguro sia solo una scheggia impazzita del sistema, lo ha picchiato a morte e, invece di tutelarlo, ne ha calpestato i diritti ponendo fine alla sua vita. Attualmente emerge dai media che il sistema politico funziona con la ricerca sistematica degli scheletri negli armadi degli avversari da usare come arma di ricatto, con gli intrallazzi con poteri malavitosi organizzati, con le pressioni sui giudici, con la minaccia di modificare la Costituzione perché rallenta il decisionismo di chi è al potere e non, piuttosto, con il confronto e la dialettica democratica. Certo i processi hanno tempi biblici, ci vuole una riforma, ma questa va fatta nell’interesse del popolo e non dei singoli. Mi fermo qui perché il discorso sarebbe veramente lungo e potrebbe diventare noioso. Da parte mia sono grato a chi mi ha fornito quegli insegnamenti e ho sempre prediletto l’onestà intellettuale e l’etica professionale piuttosto che perseguire la carriera a tutti i costi. Certamente è ’un percorso più difficile che non l’adeguarsi al comune sistema del do ut des. Che bello però alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio ed essere soddisfatti.
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Se guardo indietro, penso a quanto mi insegnavano i miei genitori, maestri elementari, e lo paragono ai valori di riferimento della società di oggi, c’è di che confondersi. Sono sicuro che molta gente ha voglia di cambiare questo sistema incancrenito dal particolarismo di chi è al potere, che non si occupa della gestione del bene pubblico e che, pare agisca all’insegna di un virtuosismo che punta al ribasso (Paolo Guzzanti). Tutti, nell’arco della vita, si confrontano con la scuola e il lavoro. La scuola, come io la ricordo, era impegnativa, ci insegnavano a ragionare, riconoscevano i nostri meriti, ma se non studiavamo, ci bocciavano. Anche allora c’erano problemi culminati nella rivoluzione studentesca del ’68, ma c’era passione, voglia di fare e di cambiare le cose. Attualmente, con la riforma Gelmini, la scuola arranca tra tagli di finanziamenti e risorse umane, scontentando sia studenti che professori con svalutazione della qualità dell’insegnamento. Mi hanno educato a rispettare il lavoro, perché permette di esprimere le proprie capacità e di raggiungere l’indipendenza economica. Allora i contratti erano in prevalenza a tempo indeterminato con la sicurezza della pensione a fine carriera. Attualmente, i nuovi contratti sono a termine e con nessuna garanzia. Salari bassi, scarsa incentivazione del profitto, incertezza del posto di lavoro, fuga di cervelli, disoccupazione crescente poco mitigata da ammortizzatori sociali. E cosa dire di quel bollettino di guerra rappresentato dai morti sul lavoro e di cui si parla troppo poco? Eppure istruzione e lavoro sono diritti sanciti dalla Costituzione. Dopo anni di esaltazione del lavoro a termine, c’è chi “riscopre” il valore del posto fisso. Certo, assenteisti e lavativi vanno puniti, ma chi lavora bene va incentivato, coinvolto nella programmazione. Alla schiera dei precari, che non possono programmarsi un futuro, si è aggiunta quella dei nuovi disoccupati e cassaintegrati che certamente non saranno ottimisti come vorrebbe il nostro premier. Ma qual è la soluzione? Eccola, a portata di mano! Si tratta di Win for life, la speranza racchiusa in un gratta e vinci. E’ incredibile che si riesca a fare business anche sulla disperazione! E’ degli ultimi giorni la notizia che alcuni supermercati, tra le promozioni, propongono biglietti, cedibili, che concorrono all’estrazione di un posto di lavoro per un anno a mille euro al mese. Questa è la creatività degli italiani nei momenti di crisi?!
Un tempo il rispetto per le istituzioni, per le forze dell’ordine e per la giustizia facevano parte dei valori insegnati in famiglia, a scuola e in parrocchia. Attualmente pare che il rispetto della legge sia imposto solo al poveraccio. E’ più facile andare in galera per furto di pane per fame, che di molti miliardi per insaziabile bramosia di ricchezza. Allucinante e incredibile in uno Stato democratico la vicenda di Stefano Cucchi. Un nome che pesa come un macigno, perché è lo Stato ad averlo sulla coscienza. La Magistratura dovrà accertare le responsabilità di chi, mi auguro sia solo una scheggia impazzita del sistema, lo ha picchiato a morte e, invece di tutelarlo, ne ha calpestato i diritti ponendo fine alla sua vita. Attualmente emerge dai media che il sistema politico funziona con la ricerca sistematica degli scheletri negli armadi degli avversari da usare come arma di ricatto, con gli intrallazzi con poteri malavitosi organizzati, con le pressioni sui giudici, con la minaccia di modificare la Costituzione perché rallenta il decisionismo di chi è al potere e non, piuttosto, con il confronto e la dialettica democratica. Certo i processi hanno tempi biblici, ci vuole una riforma, ma questa va fatta nell’interesse del popolo e non dei singoli. Mi fermo qui perché il discorso sarebbe veramente lungo e potrebbe diventare noioso. Da parte mia sono grato a chi mi ha fornito quegli insegnamenti e ho sempre prediletto l’onestà intellettuale e l’etica professionale piuttosto che perseguire la carriera a tutti i costi. Certamente è ’un percorso più difficile che non l’adeguarsi al comune sistema del do ut des. Che bello però alzarsi la mattina, guardarsi allo specchio ed essere soddisfatti.
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